Monti attacca lo Statuto dei Lavoratori: l’ira dei sindacati

Roma- In un’affollata aula magna dell’Università degli Studi Roma Tre, tutti gli economisti, sindacalisti e giuristi sono, insieme agli studenti in protesta, attenti alle parole del premier Monti, presente in videoconferenza.

Una lectio magistralis che quasi sempre mira al problema: stavolta il professore critica aspramente alcune norme dello Statuto dei Lavoratori, datato 1970.

La legge n.300, dice il premier “pur essendo nato con il nobile intento di tutelare la parte del rapporto di lavoro ritenuta più debole, ossia il lavoratore, ha con il tempo prodotto l’effetto opposto, riducendo l’occupazione”.

In realtà Monti dimentica che lo Statuto e in genere la disciplina del diritto del lavoro è peculiare proprio perché deve bilanciare due fondamentali interessi: da una parte quello degli imprenditori, coloro che, detenendo i mezzi di produzione, dettano, o meglio, dettavano il regolamento contrattuale.

Adesso, e con l’avvento delle discipline a tutela della persona e del lavoratore, inteso nell’ambito della prestazione lavorativa ma soprattutto come persona, la cui retribuzione deve essere necessariamente proporzionata e atta ad assicurare a sé stesso e alla famiglia una vita dignitosa, la posta in gioco è rialzata.

Ed è così dunque che le parole del premier suonano come una pugnalata per le parti sociali, che subito difendono a spada tratta la legge n.300/1970, una legge tanto agognata nel passato, che oggi non può o non vuole essere modificata nei suoi punti focali.

La Camusso commenta senza mezza termini: “Una frase che rieccheggia il peggior liberismo”.

Monti incassa il plauso del Pdl e di Fli. Mentre per Gianfranco Fini “la polemica non esiste”, il governo “ha riformato lo Statuto e in parte l’articolo 18 perchè da tempo si diceva che lo Statuto rendeva troppo rigido il mercato del lavoro”.

Le parole di Monti:

Da studioso prima di avere questa occasione di chiamata in servizio, ho osservato uno scarto tra l’etica delle intenzioni e l’etica delle responsabilità: alcuni dei danni maggiori arrecati al Paese sono derivati dalla speranza di fare bene anche dal punto di vista etico, civile e sociale, ma con decisioni di politica economica che spesso non erano caratterizzate da pragmatismo e valutazione degli effetti”. Come a dire che ogni scelta ha il suo “costo opportunità”.

Commenti

commenti