Corte Costituzionale salva la legge 194/1978

Roma- La Consulta sembra aver accolto la protesta spopolata sul web per salvare la legge 194/1978, ” Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. Una legge approvata negli anni ’70, con cui l’Italia ha voluto adottare una soluzione compromissoria della liceità dell’aborto fino al terzo mese di gravidanza.

Sicuramente è una norma “storica”, come storica è la sentenza che ne sancisce la prolungata costituzionalità, in quanto attua un grande compromesso tra il diritto di autodeterminazione della donna, nel poter decidere senza vincoli esterni su vicende inerenti alla propria sfera di intimità morale nonché fisica, dall’altro il diritto alla vita fin dal suo inizio, il rispetto della vita umana sin dal concepimento.

In seguito alla decisione di una minorenne di abortire senza avere il permesso dei genitori, il giudice minorile di Spoleto ha adito la Corte costituzionale per valutare la legittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge, indicante le circostanze che permettono l’aborto entro i primi 90 giorni visto che potrebbero violare gli articoli 2 (diritti inviolabili dell’uomo) e 32 (tutela della salute) della Costituzione.

Un tessuto delicato quello riguardante i diritti della personalità, per cui si tratta non soltanto di questioni giurisprudenziali, ma soprattutto di questioni etiche, inerenti al comune sentire di una società in continua evoluzione.

Il 20 giugno la Corte costituzionale si è così espressa circa il quesito di costituzionalità della legge 194, dando di fatto ragione a quanti, attraverso l’hashtag #save194 usato anche da intellettuali come Roberto Saviano, dal popolo delle Donne Viola, dalla Cgil (Camusso) a leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, fino all’Aied e al Corpo delle donne, che difendevano la legge.

Perché non è un’imposizione, ma semplicemente un diritto, il diritto di ogni donna di poter scegliere. Nel nostro ordinamento infatti non è contemplato il diritto a non nascere se non sano, la c.d. wrongful birth, né tanto meno l’aborto eugenetico.

L’interruzione di gravidanza per lo Stato italiano deve avvenire solo se ricorrono gravi pregiudizi per la salute della madre o del feto, un feto a cui viene riconosciuto la tutela del proprio interesse alla vita, un interesse primordiale e fondamentale nello sviluppo della persona, nata e di quella che verrà.

E sicuramente fa riflettere il verdetto della Consulta, per cui il ricorso è “manifestamente inammissibile”: ogni donna deve avere la libertà di scegliere, tutelata da questa importante legge.

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