23 maggio 1992: la strage di Capaci

Capaci- Il giudice Falcone aveva paura di essere ucciso. A Palermo si respirava un’aria insopportabile, diceva. Come tutti coloro che lottano per la verità, Falcone era un uomo solo, perché scomodo.
Quel 23 maggio di vent’anni fa, ci fu lo spaventoso attentato al giudice, lungo l’autostrada Palermo-Trapani.

I telegiornali dell’epoca raccontavano di scene drammatiche, scene da guerra, con il terriccio che aveva preso il posto dell’autostrada. Le corsie irriconoscibili, lamiere contorte, spiantate dal tritolo due auto, una al centro e l’altra dietro, quella croma bianca, blindata dove era il giudice, alla guida con accanto la moglie, Francesca Morvillo; lei, giudice alla Corte d’Appello, rimase ferita alle gambe.

Nell’impatto persero la vita anche tre agenti pugliesi, Antonio Montinari, Rocco Di Cillo e Vito Schifano, insieme a due civili.
10 i feriti, tra cui due austriaci venuti in Sicilia per vacanza.

Ore 17:55. Poi il nulla. Come disse Ciancimino, che insieme a Falcone e Borsellino aveva creato il triumvirato antimafia, dopo la morte dei due compagni: “Adesso è tutto finito”.

Il giudice Falcone era appena atterrato all’aeroporto di Punta Raisi, stava percorrendo a velocità sostenuta alcuni chilometri dell’autostrada, ma all’altezza di un grande complesso industriale, là dove vi era lo svincolo per Capaci, erano stati impiantati sotto la canaletta della sede stradale 100 chili di tritolo, che sarebbe esploso con l’innesco di un dispositivo a distanza, azionato da un commando numeroso.

L’attentato è stato rivendicato da una “falange armata”, forse sciacalli, che avevano preannunciato una strage di uomini di Stato siciliani.

Dopo vent’anni il giudice che si batteva per la verità dei rapporti tra Stato e mafia non ha ancora avuto giustizia. Quel “adesso è tutto finito”, sta ad indicare che mai più nessuno sacrificherà la propria vita per amore della verità, mai più nessuno oserà ostacolare le fitte trame della corruzione politica, degli sporchi giochi di potere.

In una sua commemorazione all’amico, il giudice Borsellino rivendica come chi lo commemorava e lo commemora ancora oggi fosse il suo primo nemico. Quella presidenza al Consiglio Superiore della Magistratura mai avuto, rinfacciato come un “Bravo, hai parlato? E adesso ti promuoviamo noi”.

Purtroppo è stato così. Ma non deve più essere così. Lo dobbiamo agli uomini di Stato veri, che ci sono stati e adesso sono rari.

Ricordo in un incontro del Procuratore Caselli con gli studenti, le sue parole piene di amarezza: “Quel metodo Falcone vincente, specializzato nella vera lotta alla mafia, venne rimpiazzato dopo di lui con un metodo rozzo e appositamente insufficiente a svelare i meccanismi occulti di Cosa Nostra”.

Socrate disse ai suoi seguaci: “Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta”. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno vissuto le loro esistenze come missioni e il loro lavoro non deve essere più vano.

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