Fazio e Saviano su LA7: quando la Parola fa share

Ultimo appuntamento questa sera, dalle ore 21.10, per il mini programma di 3 serata in onda su La7 e condotto da Fabio Fabio e Roberto Saviano dal titolo “Quello che (non) ho”.

Mai nessuno come Fazio e Saviano, almeno su La7. Dopo aver fatto il record di ascolti su Rai3 con “Vieni via con me”, il nuovo programma della coppia ha regalato numeri da primato ad una rete ancora in cerca di padrone, una rete che negli ultimi tempi, complice la diattriba Mediaset – Rai, ha catalizzato e ospitato molti esuli come: Serena Dandini, Sabina Guzzanti, le sorelle Parodi, oltre a Mentana e forse, presto, Michele Santoro.

L’esordio di “Quello che (non) ho” sin dalla serata del lunedì sera è stato visto su La7 da 3 milioni di telespettatori, con uno share del 12.6%. Nella seconda puntata di Quello che (non) ho, sono stati 2.7 milioni i telespettatori, con uno share del 12.3%.

Nello studio ricavato in una fabbrica torinese abbandonata, Roberto Saviano (classe 1979) dopo il monologo sulla crisi e aver citato John Lennon, l’autore di Gomorra ha parlato del linguaggio mafioso. Sulle note di Casta diva, Elio Germano ha letto il testo di una lettera a Michele Zagaria. Come per altri, parole scomode, parole da dire, parole non scontate né inflazionate come spesso capita con Libertà, Amore, Giustizia, Pace che, comunque, tanto meglio se le si cominciasse davvero a mettere in maiuscolo nel nostro vocabolario.

Spiega Saviano:

Le organizzazioni criminali hanno saccheggiato le nostre parole, come onore, famiglia, amico, parole magnifiche, mascherate come sinonimi di segmenti militari, organizzazioni, strutture. Nella società di Twitter e Facebook sembra impensabile che le organizzazioni possano ancora utilizzare pizzini o meccanismi di questo tipo, ma la cosa più grave è che a parole mascherate corrispondono società mascherate. Partire da qui, dalla lettera inviata in un carcere è un modo per salvare la parola. L’unico modo per rompere il rapporto tra potere e cultura criminale è tornare a nominare le cose come sono, dire le cose come sono. Difendendo la parola, sono fermamente convinto che difenderemo anche il nostro territorio.  Questa strana lettera inizia con una parola come zio, che per il Clan dei Casalesi significa boss, perché i mafiosi non parlano mai in maniera diretta, chiara, usano un linguaggio allusivo, metaforico: l’importante è non dare prova una volta che si finisce davanti a una corte

Una trasmissione con un senso: quello di comunicare attraverso la parola e le parole. Invitati in studio, i vari ospiti si sono alternati descrivendo, a modo loro, un termine, a volte facendo riaffiorare ricordi, altre volte con il proprio lavoro e la propria arte, altre volte scandagliando l’attualità.

La trasmissione “senza gioia” l’aveva definita il noto critico televisivo Aldo Grasso solo ieri: dimenticando che si era solo alla prima, che forse il programma era costruito proprio su un trittico che è partito sì dalla tragedia dei suicidi dovuti alla crisi e alle drammatiche conseguenze sociali. Non poteva, né voleva farlo, ma già ieri, improvvisamente si è fatta più divertente, anzi simpatica. Nel vero senso del termine: “essere vicini al dolore degli altri. Per cercare di alleviarlo, quel dolore”. Con serenità, che non è sinonimo di disimpegno. Di tanto in tanto qualcuno prova a farlo, cercando di rialzare, non solo gli ascolti, ma anche la dignità, quella giusta per ripartire, senza effetti speciali, basta la parola.

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