Oggetti, simboli, gesti e proprietà privata

Viaggio verso casa in una corriera della compagnia di trasporto locale. Seduta sul sedile fronte al mio, compagna di viaggio, una bottiglietta di cola in plastica, vuota. Con probabilità qualche turista se ne è disfatto in semplice modo senza farsene problema.

È lì poggiata su d’un fianco, il disegno riprende le forme sinuose della famosa antenata in vetro dei primi del ‘900; trasparente, lucida, nuova, serrata per bene col suo tappo rosso e la sua etichetta perfetta: un rifiuto. Mentre la osservo e rifletto, si crea un piccolo rituale al quale assisto. L’autobus si affolla ed il posto non si occupa. Quella piccola bottiglia abbandonata era diventata un simbolo, un segnale; piccolo baluardo di proprietà privata in suolo pubblico. La gente s’accalca, guarda, mi indica ed indica il posto, li invito ad accomodarsi, ma per quanto eloquenti siano i miei gesti non capiscono che è libero. Sono presi dalla soggezione nel toccare qualcosa che non gli appartiene.

Arriva un ragazzo, la prende cauto e mi guarda, osserva la mia reazione, non mi muovo, capisce e la poggia al suolo, rifiuto disgustoso. Lo guardo divertito. Alla prossima scendo.

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