Marianna
30 gennaio 2012

Il sipario strappato: Hitchcock in piena guerra fredda

Per Il sipario strappato (1966), suo cinquantesimo film, Hitchock porta sullo schermo due star del momento: Julie Andrews, che aveva vinto l’oscar due anni prima per Mary Poppins ed era reduce del recente successo di Tutti insieme appassionatamente, e Paul Newman, ormai divo consacrato.

Il rapporto tra attori e regista non fu facilissimo. Si sa che Hitch aveva uno strano carattere. Egli affermò di aver ricevuto pressioni per la scelta della Andrews perché era sulla cresta dell’onda e sono noti i battibecchi con Paul Newman, che non fu mai soddisfatto della sceneggiatura e della caratterizzazione del suo personaggio: il regista, in un biglietto, gli scrisse di tapparsi il naso e presentarsi sul set, nonostante la puzza. Ma quanto più gli attori sono grandi, tanto più ci si aspetta professionalità e questo abbiamo ne Il sipario strappato, certamente non indimenticabile, ma ricco di elementi tipicamente hitchcockiani.

In piena guerra fredda uno scienziato americano esperto di missili, Michael Armstrong, ha intenzione di partire per Berlino est e collaborare con l’altra parte della cortina, dopo che il governo americano ha rifiutato di finanziare il suo progetto. La fidanzata, Sarah, insospettita dall’atteggiamento del compagno, lo segue. Si ritroverà a Berlino davanti alla decisione se trasferire per sempre la sua vita lì e accettare che Michael sia un traditore o tornare a casa. La realtà si dimostra diversa e i due dovranno progettare, insieme a dei complici sul posto, un rientro in patria molto movimentato.

Gravato, e non per colpa sua, dalla lontananza rispetto alla situazione storica in cui è ambientato, Il sipario strappato rischia di sembrare antiquato, legato com’è all’atmosfera politica degli anni ’60. Tuttavia una sguardo attento rileva numerosi motivi di interesse. La narrazione è chiaramente divisa in 3 parti che rispecchiano il punto di vista di volta in volta adottato.
Tutta la prima parte, fino al litigio nella stanza d’albergo, è narrata dalla prospettiva della donna: in questo modo il personaggio di Newman ci appare sempre più sospetto e misterioso, perché non ne capiamo movimenti e motivazioni.
Dopo il litigio la narrazione assume il punto di vista di Newman. Lo vediamo uscire dall’albergo, recarsi in una fattoria. A partire da questo momento capiamo le sue reali motivazioni.
A questa seconda fase della narrazione appartengono due scene in pieno stile del regista.
Nella prima Gromek, “tuttofare” tedesco di Michael, lo insegue nelle sale di un museo: la tensione è creata esclusivamente dall’eco dei passi che si rincorrono e rimbombano tra i marmi (qualcosa di simile ai passi di Raymond Burr dietro la porta dell’appartamento di Jimmy Stewart in La finestra sul cortile).
Nella seconda Gromek, arrivato alla fattoria, scopre che Michael è una spia. Il combattimento si apre con la padrona di casa che tenta di colpire il tedesco con un pentola. In una scena d’azione senza accompagnamento musicale tramite cui, affermò il regista, si voleva dimostrare quanto fosse difficile uccidere un uomo, vengono utilizzati come armi tutti oggetti della quotidianeità domestica: la pentola, il coltello (preferito alla pistola), la vanga e alla fine il forno.
Hitchocock smentì che l’utilizzo del forno per uccidere un tedesco fosse stato inserito come richiamo ai forni crematori nazisti.
Quando Sarah accetta di aiutare Michael, il punto di vista cambia ancora e seguiamo i protagonisti, finalmente insieme, cercare di tornare in patria. Una delle migliori scene di questa fase, e in perfetto stile hitchcockiano, è la fuga sul finto autobus di linea. Il viaggio da Lipsia a Berlino diventa lunghissimo e pieno di tensione. Da un lato la polizia che decide di scortarli dopo una rapina di banditi, dall’altro la minaccia dell’autobus vero che ad ogni contrattempo, avanza sempre di più: l’ansia esplode quando i poliziotti si accorgono dell’inganno. Non mancano momenti di ironia a spezzare la tensione: l’anziana signora che crede di salire sulla normale tratta e viene tirata su di peso.
Anche la scena a teatro (con quella che sembrava essere nelle primissime scene solo una comparsa, e ora diventa protagonista) merita un’attenta visione.

La storia si conclude romanticamente così come era iniziata: sotto le coperte.

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Pubblicato in Cinema