Marianna
26 gennaio 2012

Il gigante: l’ultima interpretazione di James Dean

Mi rendo conto che possa rappresentare un ostacolo guardare un filmone di tre ore e un quarto.
Se però il film in questione serve a concludere la visione della filmografia di James Dean, allora non dovreste opporvi troppo.
Il gigante a cui fa riferimento il titolo del film di Goerge Stevens del 1957 è, chiariamolo subito, il Texas.

Bick (Rock Hudson), l’ultimo della dinastia dei Benedict, va nel Maryland a comprare un cavallo e torna anche con una moglie, Leslie, una Liz Taylor poco più che ventenne.
Il texas della tenuta dei Benedict è sterminato, isolato, desertico: Liz è lieta di avere la sua vicina di casa più “vicina” a soli 80 km di distanza.
Quale fanciulla non troverebbe difficoltà ad ambientarsi?
L’educazione borghese, la costutizione fragile, la presenza di una cognata cavallerizza e testarda, creano le prime difficoltà. Ma Leslie non si arrende: infila stivali e speroni, da qualche lezione ai maschi texani (che sono maschilisti, rozzi e pure razzisti) e si ambienta perfettamente, tra mandrie e cavalli. La famiglia Benedict si allarga e nascono figli (uno dei quali è un giovanissimo Dannis Hopper) che, nonostante le pressioni del padre, prendono strade che si allontanano dall’azienda. Il cambiamento è però, con la maturità, accettato. Così come la diversità: ormai anziano Bick picchia un barista che non vuole servire degli indigeni. Proprio lui che, fino a qualche hanno prima, se non fosse stato per Leslie, avrebbe lasciato morire un bambino solo perché nero.
All’interno di questa saga familiare che si propone di essere universale si inserisce la vicenda di Jet, interpretato da Dean.

In un primo tempo dipendente dei Benedict con la risposta sempre pronta, l’atteggiamento menefreghista e uno sguardo lascivo di troppo per Leslie, Jet prende la sua strada quando nel testamento, la sorella di Bick gli lascia un piccolo pezzo di terra che lui misura a grandi passi sotto il cocente sole texano. Jet è il primo a scoprire che sotto le rocce si trova il petrolio: in una scena indimenticabile, dopo mesi passati a trivellare con metodi pressocché casalinghi, si fa un bagno nell’oro nero che finalmente schizza fuori inarrestabile e corre da Benedict per sbatterglielo in faccia.
Parte così una nuova epoca, umana ed economica, fatta di ricchi imprenditoori del petrolio ai quali Benedict non vuole unirsi.

Rincontreremo Jet parecchi anni dopo, insinuare la figlia di Benedict ormai adolescente solo per fare un dispetto all’eterno rivale e per compensare l’attrazione sempre viva per Leslie.
Poi infine, ubriaco fradicio, scatenare una rissa durante un evento di gala, battersi con il figlio di Bick, poi con Bick, poi fare il suo patetico discorso a una sala vuota e crollare sul pavimento.

Se da un lato la saga familiare dei Benedict risulta appassionante e gradevole, recitata da una bellissima Liz Taylor e da un Rock Hudson che bene interpreta il bifolco arricchito che poi si redime, la storia di Jet e l’interpretazione di James Dean quasi oscurano il resto del cast.
Nella prima parte del film Dean rientra nel modello (forse eccessivo e stilizzato, ma diventato icona) che lui stesso ha creato: cappello sempre sugli occhi, stivaloni sporchi poggiati sui tavoli, indifferenza tipica della gioventù bruciata. Poi, quando il salto temporale ce lo mostra invecchiato e arricchito, la sua interpretazione tocca aspetti che nei due film precedenti, così centrati sulla rabbia adolescenziale, non aveva potuto analizzare. Jet è in smoking ma è sempre ubriaco, è il risultato in carne ed ossa di una vita inutile e vuota, ricca di soldi ma priva di amore.
Per me resta indimenticabile il suo discorso senza il pubblico che era venuto proprio a celebrarlo: un eroe malinconico e sconfitto.

Conclusa la sua parte di riprese, Dean lascia il set e muore in un incidente d’auto a 25 anni. Ottenne una nomination agli Oscar postuma nel ’56 (così come era successo nel ’55 per La valle dell’Eden).

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Pubblicato in Cinema