Marianna
23 gennaio 2012

Un tram chiamato desiderio. Leigh e Brando, la strana coppia

Tratto da un altro successo teatrale di Tennessee Williams portato a Brodway dall’autore 4 anni prima con la stessa compagnia di attori e con Jessica Tandy nel ruolo della protagonista, Un tram chiamato desiderio (1951) per la regia Elia Kazan, racconta la storia di Blanche che, perduta la dimora di famiglia per sostenere la reputazione e far fronte ai pagamenti, si trasferisce a New Orleans dalla sorella Stella (Kim Hunter) e dal marito Stanley (Marlon Brando).

Nel misero appartamento in cui vivono (al piano terra di un palazzo pieno di gente che urla e litiga, con porte e finestre sempre aperte) Stanley e Blanche si scontrano: lei legata illusoriamente a un’apparenza di eleganza e raffinatezza (oltre che a una drammatica delusione d’amore) sembra nascondere chissà quale ricca eredità derivante dalla vendita dei beni familiari a cui Stanley fa appello in nome del diritto napoleonico.
Il personaggio di Brando, rozzo e violento, ricco di sensualità e vitalità in forte contrasto con la leggiadria affettata di Blanche, non accetta i comportamenti della cognata nevrotica e finisce per infrangere con crudeltà la sua ultima possibilità di sistemarsi con Mitch, interpretato da Karl Malden, svelandogli alcune verità sul suo conto. A Blanche rimane solo la follia.

Evidente sullo schermo l’alchimia perfetta tra le due personalità e i due modi di recitare di Brando e della Leigh, che si scontrano ma si completano perfettamente. Blanche sembra uscita da una commedia degli anni ’40 e il contrasto con l’ambiente in cui si ritrova la rende protagonista di (in)volontario umorismo.
La sconfitta a cui va incontro è terribile e in un certo senso gratuita: la crudeltà di Stanley sta tutta in una tensione sessuale che Blanche sembra ricercare sin dall’inizio e dalla totale incompatibilità dei due caratteri, piuttosto che nella lealtà rispetto all’amico Mitch. Tanto quest’ultimo che Stella lo ritengono pienamente responsabile della fine della povera Blanche.

Dicevo: ancora un successo di Tennessee Williams. E quindi, ancora alleggerimenti e tagli vari a un drammaturgo che faceva propri temi troppo espliciti per l’epoca.  Più esplicità l’attrazione di Blanche verso Stanley, più chiari gli ammiccamenti, più evidente la violenza che Blanche subisce prima di impazzire del tutto. Anche la storia del vecchio amore della donna, finito in tragedia, ha a che vedere con l’omosessualità, qui taciuta.

Il film di Kazan vinse tre oscar per le interpretazioni della Leigh, della Hunter e di Karl Malden. Fu proprio Brando a mancare la statuetta, lui che cattura l’attenzione sullo schermo più degli altri ma forse ancora troppo giovane, sconfitto da un Humphrey Bogart già cinquantenne, per La regina d’Africa.

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Pubblicato in Cinema