Melania Rusciano
22 gennaio 2012

“Volevo essere una farfalla”: intervista a Michela Marzano

Imparare a vivere significa accettare l’attesa, la sospensione, l’incertezza. Integrare lentamente l’idea che, nonostante tutto, il vuoto che ci portiamo dentro non potrà mai essere del tutto colmato. Che ci sarà sempre qualcosa che ci manca. E che gli altri non sono ‘cattivi’ se non sono sempre lì, pronti a intervenire, pronti a fare qualcosa perché il vuoto faccia meno male”

Ciò che comunemente ci si aspetta da un romanzo è la continuità dei contenuti, una storia circolare avente un inizio ed una fine ben definiti. Queste righe, riprese dalle pagine di “Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere” di Michela Marzano, ci dischiudono un mondo che probabilmente non è così regolare, definito, determinato, chiuso. E’ piuttosto un universo a sé stante, ricorrente ogni volta dal presente al passato di una bambina presa dalle sue paure, dalla sua voglia di abbracciare il Tutto, dalla sua ansia di raggiungere il dover essere, forse quell’alto standard segnato dal padre, docente universitario, e dalla madre, amorevole ed accogliente rifugio.

Michela Marzano nasce a Roma e, studia all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore dove consegue il dottorato di ricerca in filosofia. Oggi è professore ordinario alla Università René Descartes di Parigi, città dove si è stabilita. “Volevo essere una farfalla” è il suo ultimo lavoro edito da Mondadori e pubblicato nell’estate del 2011 e che è in corsa per il titolo di “Libro dell’anno” in un sondaggio realizzato dalla RAI: sul sito ufficiale della tv nazionale è possibile votare ogni giorno fino al 25 Gennaio. La professoressa Marzano mi ha dato l’onore di poterLe fare una breve intervista per poter conoscere meglio uno dei libri più influenti dei mesi scorsi.

Il titolo completo del romanzo è “Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere”. E’ interessante vedere la parola “anoressia”, comunemente connessa a stati patologici del corpo e dell’anima e spesso addirittura alla morte, vicina al termine “vivere”. Come è nato questo legame nel Suo libro, nella Sua vita?

L’anoressia è un sintomo drammatico da cui tante persone non riescono ad uscire. Che strazia il corpo quando non si riesce a trovare un altro modo per “dire” quello che non va, quello che manca, quello che ci perseguita. Che lascia a bocca aperta perché “incomprensibile”, quando lo si incrocia per strada nello sguardo perso di chi ne soffre. Che fa morire… Ma è un sintomo appunto! Che ci permette anche di fare i conti con la nostra vita, con quello che siamo veramente indipendentemente da quello che gli altri si aspettano da noi. Perché porta allo scoperto quello che fa veramente male dentro. La paura, il vuoto, l’abbandono, la violenza, la collera. Ossia tutto quello che in fondo ci impedisce di vivere veramente. Durante i lunghi anni di analisi che mi hanno aiutato ad uscire dal sintomo, ho imparato a riconoscermi e ad accettarmi, indipendentemente dalle aspettative e dal giudizio altrui. Come dico talvolta scherzando, ma non troppo, solo oggi sono la farfalla che volevo essere. Perché prima pensavo che, per volare, dovessi perdere peso, oggi invece so che volo veramente, perché sono libera di essere me stessa.

Il Suo romanzo è stato più volte descritto come un “racconto autobiografico, un diario sull’anoressia”. Probabilmente però, più che di fame fisica, Lei scrive di una fame meta-fisica, una forma di acuto desiderio di amore, di affetto, di felicità, di stabilità. Gettare questo tipo di sensazioni su carta è stato un processo che L’ha aiutata?

Non so se mi ha aiutato, ma ad un certo punto, scriverlo, è stata per me una necessità. Perché avevo finalmente trovato le “parole” per dirlo. Quelle parole che prima non avevo perché ero troppo impegnata a cercare di essere “perfetta” per andarle a cercare all’interno di me stessa. E poi non è facile spiegare alla gente quel dolore terribile che ci si porta dentro e per il quale, apparentemente, non esistono ragioni oggettive. Perché dall’esterno, gli altri pensano che tu abbia tutto, e che è solo “colpa tua” se non stai bene. Peccato che il quel magnifico “tutto” manchi l’essenziale: la semplice e banale evidenza che “vivere è bello”! Una volta che ho trovato queste famose parole, non potevo non regalarle anche a tutti coloro che soffrono e che non riescono ancora a dirlo o a farlo capire agli altri…

Volevo essere una farfalla” tratta anche del rapporto che fin da piccola ha instaurato con il Suo aspetto fisico. I Suoi studi, saggi e libri sul corpo e sull’uso e il sopruso di esso possono essere considerati un graduale avvicinamento proprio a questi sessantaquattro capitoli? Possono vedersi come culmine di un percorso di espressione e presa di consapevolezza “scritta” nelle pagine di un romanzo?

Sì, ha perfettamente ragione. Tutto quello che ho scritto prima può essere letto alla luce di Volevo essere una farfalla. Perché tutto il mio pensiero nasce lì, dall’“evento” dell’anoressia, per utilizzare le parole della mia filosofa preferita, Hannah Arendt. Per Arendt, la filosofia ha senso solo se parte dall’evento, ossia da ciò che ci attraversa, ci sconvolge, ci costringe a rimetterci in discussione. E nel mio caso, quest’evento è stato proprio l’anoressia. Tutto parte da lì, da quel non-amore e non-riconoscimento di quello che ero, da quel tentativo disperato di essere esattamente come mio padre avrebbe voluto che fossi… Senza quella sofferenza, forse, non sarei diventata la persona che sono oggi. Probabilmente non avrei capito che la filosofia è soprattutto un modo per raccontare la finitezza e la gioia. Le fratture e le contraddizioni. Il coraggio immenso che ci vuole per smetterla di soffrire e la fragilità dell’amore che dà senso alla vita. È tutto questo che ho voluto raccontare nel mio libro. Per condividerlo con gli altri. Per mostrare che c’è un modo per uscirne.

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Pubblicato in Arte e Cultura, Libri