Marianna
21 gennaio 2012

Arsenico e vecchi merletti di Frank Capra.

Oh, beh. Oggi andiamo su un classico della commedia nera.
Non avete idea di quanto sia difficile, man mano che si risale indietro nel tempo, trovare un film che non sia di guerra o del dopo guerra e della guerra dei cent’anni, che ne so.
Ma c’è, per fortuna, Arsenico e vecchi merletti (1944) di Frank Capra, brillante esempio della commedia americana di forte tradizione teatrale.
Tratta infatti da un piece di Kesselring del 1941 non facciamo alcuna fatica a immaginare che le vicende di Mortimer Brewster e delle sue allegre zie siano state originariamente pensate e destinate per il palcoscenico: l’unità di tempo e spazio, tipica del teatro classico, fa si che tutto accada in poco più che una notte e al 99% sotto i nostri occhi, nel salotto delle due ziette svampite.

Critico teatrale allergico all’amore (Cary Grant) alla fine capitola e si sposa. Torna a casa per gli ultimi preparativi del viaggio di nozze ma scopre che le due vecchie zie, per passare il tempo, uccidono signori soli con l’arsenico e li seppelliscono giù in cantina con l’aiuto del fratello ritardato di Mortimer che si crede Roosevelt (John Alexander).
Mortimer trascorre questa pazza notte cercando di rinchiudere il fratello in manicomio; di far capire alle zie che uccidere, non solo è illegale, ma è anche una brutta cosa; di non farsi accoppare dall’altro fratello, malvivente con chirurgo plastico al seguito che gli cambia faccia per farlo nasconderlo alla polizia, ed ora è ricercato con la faccia di Boris Carloff; di tenere fuori di casa la povera neo-moglie che non capisce il motivo per cui il taxi sia ancora fuori ad aspettarli per portarli alle cascate del Niagara, ma Mortimer non sembra abbia intenzione di andare.
Dalla regia mi dicono che negli anni ’60 e ’70 in tv trasmettevano di continuo Arsenico e vecchi merletti. Un po’ come a Natale, da 15 anni a questa parte, si trasmette Una poltrona per due. O come negli anni ’90 ogni due mesi rete 4 mandava Die Hard.
Dichiaro ufficialmente che avrei voluto vivere in quegli anni allora, perché si ride di gusto. Cary Grant è lanciato al massimo in un’interpretazione puramente comica, perfetto nelle facce e nell’esasperazione e a un passo egli stesso dal manicomio, come la scena finale quasi lascia immaginare.
Altrettanto eccellenti tutti gli altri protagonisti: le zie che cadono dalle nuvole, Roosvelt che da la carica per salire le scale, il fratello non solo cattivo, ma anche un po’ vanitoso se niente scatena la sua ira come qualcuno che gli faccia notare la somiglianza con il Frankenstein del cinema degli anni ’30.
Non ci si riposa un attimo, si corre avanti e indietro tentando di arginare i disastri all’orizzonte: il ritmo è sostenutissimo e noi, abitanti del XXI secolo, ci rendiamo conto che i nostri nonni e genitori chiedevano a una commedia molto di più di quello che chiediamo noi. E ottenevano di più, ovviamente.

Da guardare assolutamente: vi dimenticherete che eravamo nel ’44!

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Pubblicato in Cinema