Io confesso: Hitchcock nei panni di un prete
Quando si inizia a intuire che padre Logan non tradirà i suoi voti spifferando alla polizia la confessione dell’omicida Otto Keller, ho pensato che Hollywood avesse un problema con Montgomery Clift. La minaccia che il suo personaggio potesse fare la stessa fine di quello interpretato in Un posto al sole, mi sapeva di sberleffo: incarcerato o addirittura condannato a morte per un crimine che non aveva commesso. Questo è un complotto!
Io confesso (1953) di Alfred Hitchcock, con Montgomery Clift e Anne Baxter, è forse il film più serio e moralmente impegnato del regista, e quello che più evidentemente parla della rigida educazione gesuita ricevuta. Accolta la confessione del tuttofare della chiesa e rimastone sconvolto, padre Logan diventa il primo sospettato del delitto poiché due testimoni hanno visto un prete uscire dalla casa del morto: per scagionarsi dalle accuse non basterebbe che parlare.
Lo spettatore conosce la verità (come capita in Nodo alla gola ad esempio, o in Frenzy) e si schiera dalla parte del protagonista, di cui apprezza la lealtà verso l’abito, pur rimanendo atterrito da un tale estremismo.
La locandina dell’epoca insinua il dubbio nel pubblico chiedendo “Voi cosa avreste fatto?”.
Non lo so, ma certo Clift è capace di rendere perfettamente sullo schermo, grazie a una recitazione pacata e quasi sottomessa, l’ambivalenza del suo personaggio, vittima di Keller e di se stesso, indignato dalla vicenda e dalla crudeltà dell’assassino ma mai disposto a fare il passo che lo rovinerebbe come sacerdote.
A questo proposito credo che il comportamento del personaggio nel corso dell’intera storia sia risposta sufficiente alla domanda se avesse preso i voti con sincerità o solo per una delusione d’amore. Anne Baxter interpreta Ruth, vecchia fiamma di Logan che, avendone perso le tracce durante la guerra, sposa un politico. Al ritorno di Logan i due passano una notte insieme, ma lui non sa che lei è sposata. Il passato di Logan è rievocato con un flashback inusuale per Hitchcock: narrato dalla voce della ragazza, è caratterizzato da ralenti e da una fotografia sognante, quasi si trattasse di un film romantico. Si sorvola del tutto sulle motivazioni di Logan a prendere i voti, che pure dovrebbe essere una questione pressante per la ragazza.
E’ presto spiegato: il flashback è in tutto e per tutto la versione della vicenda esposta dalla ragazza innamorata e, per questa sua stessa natura, si concentra sugli elementi della storia che a lei più interessano. Lo stile narrativo segue la sua prospettiva.
Alcune trovate visive interessanti: proprio in apertura (secondo la consuetudine sempre curata dal regista in tutte le sue pellicole, di inserire durante i titoli di testa, immagini e messaggi importanti per la lettura della storia) vengono inquadrati una serie di segnali stradali di senso unico che alla fine portano al luogo dell’omicidio. Il senso unico, la direzione da seguire, rimanda in maniera originale alla scelta morale che padre Logan deve fare. Durante le indagini l’ispettore Larrue (Karl Malden), stranamente scaltro rispetto alla media degli agenti di polizia hitchcockiani, ferma un prete per strada, credendo si tratti di Logan. Non è così e la scena urla “l’abito non fa il monaco”.
Noi, a questo punto del film, lo sappiamo fin troppo bene. Ma nel ’53 eravamo ancora ben lontani da CSI e cloni vari: a nessuno viene in mente che, se la persona vista uscire dalla casa del morto aveva una veste da sacerdote, poteva anche non trattarsi un sacerdote.
Forse oggi, alla luce di una produzione poliziesco-legale ipertrofica e analizzata in tutte le sue varianti, sia in tv che al cinema, il coinvolgimento di Logan nelle indagini appare pretestuoso.
Conviene superare questa riserva del tutto moderna per godere di uno dei più bei film di Sir Alfred.
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