Visita al carcere di Rebibbia

Roma- Il sole batteva prorompente stamane, quasi a rivendicare la bellezza della libertà, la stessa che i detenuti si sono tolti. Visitare un carcere  a livello emotivo lascia un patrimonio di nostalgia mischiata con un impulso di dare maggior significato a ogni nostro lavoro, gesto del nostro vivere.

Dopo una breve introduzione di Stefano Ricca, direttore del Nuovo complesso di Rebibbia, in cui ha illustrato la struttura che si espande in larghezza e con tutto ciò rimane inefficiente contro il problema del sovraffollamento, addentrarsi nei grandi edifici circondati dal verde, ti fa rendere conto di quante persone prestano lavoro per migliorare la vita di coloro che “perdono la retta via”.

La rivoluzione, effettuata prima sul piano normativo, con il nuovo regolamento penitenziario del 1975 e poi su quello esecutivo, pone in rilievo la figura della persona e non più il reato. La rivoluzione sta proprio nel permettere ogni giorno ai detenuti di riconquistare la fiducia in sé stessi, lavorando anche all’interno o fuori dal carcere, riacquistando una porzione di autonomia, la voglia di vivere.

Spesso l’opinione pubblica è restia a rivalutare il detenuto sotto un’ottica più “moderata” e progressista, che lo renda capace di riconquistare un ruolo nella società.

Questa grande esperienza sicuramente mi ha resa più conscia della realtà carceraria, una realtà non certo semplice, ma che gli operatori della giustizia, insieme al sentimento di solidarietà e amore verso il prossimo, possono e devono rendere sempre più attuabile.

Non sorprende poi vedere in Parlamento il ministro della Giustizia, Paola Severino, eseguire una giusta arringa per difendere la dignità dei detenuti, al fine di risolvere i gravi problemi che presenta il sistema penitenziario italiano.

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