Non si uccidono così anche i cavalli?

Gli appassionati di telefilm come me cadono nella brutta abitudine di collegare qualsiasi cosa vedano a una scena di una serie che anno visto in un momento qualunque della propria esistenza. Mentre guardavo Non si uccidono così anche i cavalli? (1969) di Sydney Pollack, con Susannah York, Jane Fonda, Gig Young, non potevo non pensare a Gilmore Girls e alla sua maratona di ballo, nella terza stagione, se non vado errato. Paragone inappropriato.

In non si uccidono così anche i cavalli la maratona è molto più seria.

1935: in piena depressione economica viene organizzata “the greatest dance marathon” che mette in palio un premio di 1500 dollari alla coppia che rimarrà per ultima sulla pista. Un centinaio di persone disposte a tutto si iscrivono.

Le coppie in primo piano sono quelle composte da Gloria/Robert (Fonda/Sarrazin), aspiranti e disperati attori conosciutisi sul posto; il Marinaio/Alice (Kline/York) lei attrice incapace, lui vestito da marinaretto, già esperto partecipante a concorsi del genere; Ruby/ James (Bedelia/Dern) marito e moglie in attesa di un figlio, disposti a ballare ininterrottamente pur di consumare pasti certi il più a lungo possibile. Ad orchestrare lo spettacolo Rocky (Young), organizzatore e showman della serata.

La localizzazione della storia (america-depressione) fa si che la maratona venga concepita dai partecipanti come possibilità estrema di riscatto economico: essi sono solo disperati in cerca di soldi. Ogni elemento di gioia o intrattenimento che il ballo farebbe presupporre, è assente. Ciò che conta è muoversi il più possibile, il più a lungo possibile, a costo di un esaurimento nervoso o di incubi a occhi aperti o di morire.

Al contrario, il pubblico pagante accetta di assistere ad uno spettacolo simile perchè lo percepisce come puro intrattenimento. Il progressivo aumento dell’elemento grottesco sta nelle due maniere di concepire la maratona. Come in un grande fratello live, il pubblico vuole vedere dolore, sofferenza, umiliazione. E poi ci vuole ridere sopra perché, per fortuna, sta dall’altra parte.

Dagli spalti si alzano cartelloni di sostegno e nascono fanclub, mentre le aziende individuano nella mischia le coppie più promettenti e fanno cucire felpe pubblicitarie.

Quando Rocky confessa a Gloria che i vincitori si vedranno drasticamente ridotto il premio, cade l’unica ragione che l’aveva spinta a sottoporsi a questa sofferenza e la sua tragedia scoppia, amarissima.

Estenuante e claustrofobica, la pellicola di Pollack riesce a essere cupa e angosciante all’interno di uno scenario comunemente inteso come gioioso.

La sala da ballo diventa un mondo da incubo dal quale non si può uscire: Robert tenta un paio di volte di aprire la porta sul retro per respirare l’aria fresca del lungomare e in un paio di inquadrature si alza sulle punte tentando di catturare la luce da un finestrone sul soffitto. Entrambi i tentativi vengono bloccati.

La maratona crea un universo totalizzante che non permette vita al di fuori di esso: vale per Robert, per Gloria e per tutti coloro che, dopo oltre 40 giorni, stanno ancora lì a ballare dopo i titoli di coda.

Gig Young vinse l’Academy come miglior attore non protagonista, il film nel complesso guadagnò 8 nomination. Da sottolineare la bella ricostruzione dell’epoca.

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