Litfiba, il ritorno
The Rock is not dead.
A patto che se ne infischi delle hitlist.
Esiste a priori: nei club, nei garage e dovunque vi siano animi selvaggi pronti a farsi travolgere dalla sua verve. Forse da troppi anni non si dà vita a nulla di nuovo, ma le combinazioni restano infinite.
Oggi ci dev’essere una nuova attività di ricerca, per trovare nuove realtà emergenti in mezzo a sempre più prodotti scadenti. Questo è il modo per combattere la crisi, un periodo nero che credo porterà a cose molto buone dal punti di vista artistico.
Pelù dixit.
A 10 anni dall’ultimo album di inediti e, in seguito al ricongiungimento con Ghigo, esce Grande Nazione.
Anticipato dal singolo Squalo, il peggiore del disco e proprio per questo scelto; un monito, per far capire che quello che stavamo pubblicando sarebbe stato davvero molto rock.
È il secondo atto (il primo, del 2010, era il live Stato Libero di Litfiba) di una trilogia dedicata agli Stati; il terzo uscirà prossimamente. È la sintesi dei Litfiba che furono e che saranno.
Quei Litfiba che tanto sono mancati al pubblico italiano.
Quelli degli anni 1989-1995, all’apice del divertimento: l’intento espresso è quello di rievocare tale atmosfera, ed oltre. Oltre la rabbia post-punk dell’epoca; con una resa audio migliore e versi più graffianti.
Attuali. E se l’ironia è l’occhio sicuro che sa cogliere lo storto, l’assurdo, il vano dell’esistenza, Grande Nazione appare un’opera libera, senza remore.
Suoni accattivanti (Se un riff è poco pulito, tanto meglio. L’importante è che abbia un’anima. L’istinto prima di tutto) e un’unica ballad (Dimmi dei Nazi, colonna sonora del film Pivano Blues – Sulla strada di Nanda); i temi spaziano dai festini licenziosi (Fiesta Tosta) alla fuga dei cervelli all’estero (Grande Nazione), passando per il viaggio come atto d’amore (La Mia Valigia).
A suggellare il grande ritorno, il tour a Marzo: in scaletta quasi tutto il nuovo disco, i classici Litfiba e alcune chicche degli esordi.
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