Amadeus di Milos Forman
Milos Forman si era già fatto vedere sul palco degli Oscar nel 1975 quando, insieme a tutta la brigata di Qualcuno volò sul nido del cuculo, aveva vinto 5 Oscar.
La storia si ripete nemmeno 10 anni dopo con Amadeus che nel 1984 prende una sfilza di Oscar tecnici e non. Tra questi ultimi, miglior film, regia e attore protagonista per Fred Murray Abraham.
La sontuosa messa in scena racconta la storia dell’ascesa e della caduta di Mozart presso la corte di Vienna.
Si potrebbe dire meglio che, di questa ascesa e caduta, il film racconta la versione del compositore Antonio Salieri, responsabile, secondo la leggenda, della morte di Mozart.
Il che è ben diverso.
Salieri, ormai vecchio e chiuso in un manicomio, riceve la visita di un giovane prete, pronto a confessarlo. Il film si snoda come un lungo flashback nato dal racconto al prete che, presto, capirà che Salieri non ha alcuna intenzione di confessare i suoi peccati a Dio.
Il film nel suo complesso riflette sul talento come dono divino. Salieri, sin da piccolo, vuole cantare la gloria di Dio tramite la musica e prega affinché possa riuscirci. Quando sulle scene si affaccia il giovanissimo Mozart (Tom Hulce), è incantato dalla perfezione, dalla bellezza, dalla opportunità di ogni nota messa sullo spartito. Ma, una volta conosciutolo di persona, si troverà davanti a un ragazzo volgare e irrequieto, irrispettoso e dalla risata sguaiata.
Nasce qui la crisi di Salieri (Fred Murray Abraham) che è una crisi professionale, ma soprattutto personale e religiosa.
Perché Dio ha donato a un essere così volgare un talento così cristallino, mentre lui, che voleva cantare la gloria divina, è stato punito con un talento mediocre?
L’unica confessione che il prete avrà dal vecchio Salieri, è quella della sfida, ingaggiata nel corso di una vita, proprio contro Dio, per il torto subito. Non c’è niente di più doloroso che avere i mezzi per riconoscere il vero genio ed esserne privi. Farà perciò ogni cosa per sabotare Mozart.
Approfittando della crisi scatenata nel genio dalla morte del padre, riesce e condurlo alla pazzia e a farlo ammalare.
Poi la morte, ma ancora, per il compositore italiano, un altra punizione: oltre vent’anni ancora di vita, in cui ha potuto assistere all’oblio in cui la sua opera è caduta, e all’immortalità che è toccata a quella di Mozart: ne è testimonianza il prete che dopo aver ammesso l’ignoranza rigardo alla musica di Salieri, si esalta e canticchia sulle note suonate al pianoforte dal vecchio, che sono però, quelle di Mozart.
Il film indulge certamente nella leggenda e si macchia di alcune imprecisioni storiografiche, ma ciò che conta è, a mio parere, la drammaticità della figura di Salieri, vittima non solo dell’invidia, ma della consapevolezza della sua mediocrità. Tutto sommato sentimenti così umani che riesce difficile odiarlo. Al massimo si prova pena per lui e per il destino che, beffardo, gli ha messo il talento davanti al naso e non gliel’ha fatto mai toccare.
Belle le scene in cui i due protagonisti compongono: Salieri si affatica sui fogli, sudato e scomposto, Mozart gioca con una palla da biliardo e scrive in bella copia le note, già tutte suonate perfettamente nella sua testa.
Emozionante la scena della composizione del requiem. Mozart a letto preda di furore creativo oltre che della febbre, detta d’un fiato la partitura a Salieri che fatica a stargli dietro.
Nei momenti di creazione risuona sempre, nelle stanze silenziose, la musica perfetta e sublime nella testa del genio.
Lungo, piacevole, divertente e insieme drammatico, merita la visione
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