Tibet, la tragedia infinita

 

Il video choc della monaca tibetana che si dà fuoco, messo in rete clandestinamente dalla ong “Free Tibet” qualche giorno fa, ha riacceso i riflettori sul fenomeno delle auto- immolazioni dei religiosi tibetani che protestano contro la violazione dei diritti del popolo tibetano da parte della Cina. Da marzo ad oggi si sono tolti la vita 11 monaci. L’ultima, quella ripresa dal filmato, è la religiosa Palden Choesto, 35 anni, che si è data fuoco a Kardze, nella provincia cinese del Sichuan, in un’area a prevalenza tibetana.

Gesti così estremi sono davvero difficili da spiegare e lo stesso Dalai Lama, accusato dal governo cinese di fomentare i suicidi, mette in dubbio la loro utilità. “C’è del coraggio in questi sacrifici, ma quanta efficacia? Il coraggio da solo non sostituisce la saggezza.” Diventa ancora più difficile capirli se si pensa che per i buddhisti la vita è sacra, e non può essere sprecata, pena un’influenza negativa sul karma. D’altra parte, queste azioni drammatiche sono sintomo della situazione di profonda disperazione della popolazione tibetana, la punta dell’iceberg di una faccenda iniziata nel 1950, anno in cui i cinesi hanno invaso e occupato il Tibet trasformandolo in una regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese. L’invasione ha dato vita ad uno scontro culturale che sta portando allo sgretolamento della cultura, della religione e delle tradizioni millenarie del popolo tibetano, oltre che all’erosione di un ecosistema ambientale unico e complesso, parte integrante della religione e della cosmologia tibetana.

Il quadro della situazione è complesso: i tibetani accusano i cinesi di violare quotidianamente i diritti del popolo tibetano, limitando la libertà d’informazione, di espressione o di movimento ed incentivando un clima di tensione perenne, nel quale si rischia il carcere anche solo esprimendo la propria opinione. Gli insediamenti di cinesi provenienti da tutta la Cina, inoltre, fanno sì che i locali si sentano stranieri a casa propria e che siano trattati come cittadini di serie b. Un triste scenario noto da anni in tutto il mondo, messo in scena da film di successo come “Sette anni in Tibet” e “Kundun”. Ma l’immagine di un popolo represso dagli invasori è limitativa.

La vera denuncia dei tibetani, in particolare dei monaci suicidi, ruota attorno alle limitazioni della libertà religiosa. E visto che nella cultura tibetana tutto ruota attorno alla concezione buddhista della vita e del cosmo, la lotta per la libertà religiosa diventa una vera e propria battaglia per la sopravvivenza di un popolo e della sua cultura. Il buddshismo tibetano, o Mahayana, è una vera e propria filosofia, con un suo sistema di pensiero basato sulla meditazione e sul rispetto per tutte le forme di vita. Una descrizione dettagliata del “sentiero buddhista” richiederebbe una trattazione elaborata, ma la sua essenza consiste nell’essere il più possibile utili a tutti gli esseri viventi o almeno, se non li si può aiutare, nel non danneggiarli. E’ chiaro che tutto ciò entra in conflitto con la visione materialista dell’ideologia comunista e con gli ambiziosi obiettivi di sviluppo economico del grande stato asiatico. In quest’ottica la regione tibetana diventa semplicemente un territorio ricco di giacimenti minerari da sfruttare oltre che un’area di confine nella quale svolgere test nucleari ed accumulare scorie. E i tibetani, con la loro cultura arretrata, non sono altro che dei selvaggi da rieducare in base alle ferree leggi del comunismo.

Ovviamente la situazione è molto più complessa e vi sono tanti altri fattori che meriterebbero un’analisi approfondita. Primo fra tutti il ruolo dei paesi occidentali nella strumentificazione della causa tibetana. Tra slogan, testimonial “vip” e messaggio stereotipati a difesa dei diritti umani, c’è il rischio che la questione tibetana diventi un semplice strumento di propaganda anti-cinese in un momento storico in cui l’avanzata inarrestabile della Cina nello scacchiere internazionale sembra preoccupare non poco Europa e Stati Uniti.

E’ difficile capire come si evolverà la situazione, anche se è chiaro che nell’immediato non ci saranno svolte decisive. Forse la risonanza internazionale della quale hanno goduto i suidici dei monaci tibetani porterà ad un’apertura, o forse ad un ulteriore inasprimento della repressione. Per il momento, il monastero di Kirki, dove ha avuto origine la maggior parte dei suicidi, è sotto assedio. Ma è notizia degli ultimi giorni che il governo della Regione Autonoma del Tibet ha annunciato che offrirà pensioni e assistenza sanitaria pubblica ai monaci buddhisti a partire dall’ inizio dell’anno prossimo. Ma questa è solo una delle tante contraddizioni di una situazione complessa e indecifrabile.

 

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