The Ward di John Carpenter.

La mia breve incursione annuale nell’horror si conclude con una delusione a metà: The ward (2010) di John Carpenter.
Carpenter è un grande, o almeno lo è stato. Il seme della follia, Il signore del male, La cosa, The fog, Halloween: la notte delle streghe sono dei capolavori dell’horror, non si discute.
Immaginerete l’ansia di vedere il suo ultimo film, abituata a suoi grandi classici, ancora terrificanti a quasi trent’anni di distanza.

E invece mi ritrovo davanti a l’ennesima storia alla giapponese.
Le storie horror giapponesi partono tutti dallo stesso presupposto: che quando c’è una morte violenta qualcosa cambia. Il luogo della morte conserva quell’energia e succedono cose brutte. Carpenter nasconde la sostanza nell’america degli anno ’60 ma di questo so tratta.

Una ragazza, dopo aver dato fuoco a una fattoria, viene rinchiusa in manicomio. Lì ci sono altre ragazze come lei che sembrano essere a conoscenza del motivo di alcune sparizioni. Ed ecco che appare lei: la Ragazza Ammuffita.

Mi dispiace essere così spoetizzante, ma non c’è altro modo per chiamare le presenze alla giapponese, i cadaveri ammuffiti, sanguinolenti, abbrustoliti che tornano dall’oltretomba, con i capelli appiccicati sulla faccia, per vendicarsi.
Qualcuno dovrebbe informare Carpenter (e molti altri) che la ragazza ammuffita non fa più paura: che sia sotto il letto o nella doccia o alla fine di un corridoio buio, durante un temporale che fa saltare la corrente, è un’immagine talmente abusata che ha smesso di far paura quando si portavano le spalline.
Per me vale la regola per cui, finche la minaccia non si vede, allora può far paura. Ma nel momento in cui la vediamo in carne ed ossa e capelli e vestiti, allora gran parte dell’illusione sfuma. E’ quello che succede in Signs di Shyamalan, o nella oscena Guerra dei mondi di Spielberg: appena sullo schermo compaiono i mostriciattoli di turno, scappa una risata e inizi a pensare ad altro.
Nessuna cosa in carne ed ossa può far più paura di un’altra che non riesci a vedere.

A un passo dalla fine, il film cambia. La spiegazione (forse un po’ troppo didascalica, ma non stiamo a sottilizzare) mette una croce sopra tutto quello che abbiamo visto e trasforma il film alla giapponese in un film intelligente che vale la pena di vedere.
Ma non è un sollievo purtroppo, perché l’ora e mezza che abbiamo sprecato a non farci terrorizzare dalla ragazza ammuffita dell’oltretomba, non la riavremo più indietro.
Accade esattamente l’opposto che in Devil: lì un finale scadente rovina una visione interessante, qui un finale interessante non può risollevare una visione scadente.
Forse non è proprio l’opposto: in entrambi i casi non ho visto un bel film. Quindi sconsigliato.

Peraltro ho letto in giro qualche recensione che suggerisce paragoni e similitudini niente di meno che con Shutter Island. Io la somiglianza ce la vedo solo perché piove tutto il tempo e stanno in un manicomio.
La drammaticità e la tensione del film di Scorsese, la sua complessità, la rivelazione finale (non gettata lì a caso per risolvere il film, ma cresciuta e nutrita in ognuna delle inquadrature), la bravura degli attori: Carpenter, almeno questa volta, se le può solo sognare.

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