Democrazia, il futuro della Libia post Gheddafi

Sirte- I ribelli hanno vinto. I ribelli hanno conquistato finalmente la loro libertà. Ieri Gheddafi è stato catturato mentre cercava di scappare da Sirte e ucciso dalla folla in festa.
Una democrazia nascente che ha definitivamente chiuso con il passato, un passato di terrore, istaurato da regime del raìs.

“Ora si protrae per otto mesi il governo provvisorio“-afferma l’ambasciatore Hafed Gaddur- “che aveva preso il controllo della situazione dallo scoppio della scintilla rivoluzionaria”.
In seguito il popolo eleggerà la costituente. Dunque sono previsti grandi cambiamenti. Gheddafi era sempre stato il baluardo dei suoi sudditi, la maggior parte anziani, piegati alle sue volontà; ma l’ondata dei ribelli ha svegliato dall’inerzia l’intera Libia.

Il raìs ha goduto di 42 anni di potere, vizi, privilegi, ma come ogni dittatore che si rispetti la sua fine era ormai segnata.
Ieri, rivendendo le immagini del volto massacrato di Gheddafi infatti, raffiorava il pensiero ai grandi suoi predecessori, quali Mussolini, impiccato insieme a Claretta Petacci il 29 aprile del 1945, Saddam, Milosevic, Ceausescu.

Forse rimane da chiedersi se sarebbe stato più democratico, più giusto e civile consegnare il raìs al Tribunale dell’Aja. Purtroppo il dolore e la rabbia del popolo libico non poteva esser placato con la giustizia, ma soltanto con la vendetta nei confronti di chi l’ha assoggettato per molti anni.
Loro sono stati i veri protagonisti, rimasti troppo a lungo nell’ombra, alcuni rifugiatisi in Italia in qualità di clandestini nella bella isola di Lampedusa.
La Libia è stata in questi mesi un grande esempio di collaborazione tra i ribelli e la Nato, degli USA di soccorrere con la propria superiorità militare e di intelligence.

La fine di un incubo, commentata dai leaders mondiali in modo favorevole ai ribelli, i quali hanno versato sangue per il loro futuro.
Il nostro Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha risposto ai cronisti con un latinismo: “Sic transit gloria mundi”, locuzione criticata dal fronte cattolico, che ancora ricorda il baciamano del premier al raìs.
Napolitano invece si augura la costruzione di un “Paese nuovo, libero e unito”.

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