2000: 28 giorni dopo

Faccio zapping mangiando un biscotto, in preda all’apatia di mezza mattinata.
Una canzone che amo particolarmente viene usata in uno spot per cantare le meraviglie di un brillantante.
In quello successivo un’altra canzone che amo particolarmente viene usata per indurmi a passare a una compagnia telefonica.
In quello ancora successivo vogliono convincermi a versare i miei soldi nella loro banca tramite il cantautorato italiano.
E’ stato orribile.

Ho spento la tv e ho pensato di parlarvi di horror. Giusto per restare in tema.

Sono una fifona. Mi immedesimo subito e non riesco a ricordare che sono seduta accanto alla Compagna di Divano che ne ha viste talmente tante che, mentre io cerco di farmi scudo con una copertina Ikea, si appisola, noncurante del massacro.

28 giorni dopo (2002) di Danny Boyle è un grande film. E’ un po’ horror, un po’ thriller, un po’ fantascientifico, un po’ critico verso l’autorità. Mette paura, ma soprattutto mette angoscia.

Un epidemia virale ha messo in ginocchio la Gran Bretagna. Jim (Cillian Murphy) si risveglia dal coma, in cui è entrato a causa di un incidente stradale, 28 giorni dopo e si ritrova in una Londra post apocalittica. Si unisce ad alcuni superstiti alla volta di Manchester dove dovrebbe trovarsi un gruppo di soldati ancora sani. Ma anche no.I soldati non solo hanno paura: non sanno cosa voglia dire moralità.
In soldoni la trama è questa.
Il bello è che Boyle sa alternare sapientemente scene di azione a scene angosciose. Con azione non intendo sparatorie cool alla Bruce Willis anni’90, ma intendo ragazzi che corrono come pazzi per non farsi toccare da una gocciolina di sangue.
O un uomo che muore sotto gli occhi della figlia per colpa di un uccello. Altro che la cacca di un piccione.

A mio parere il punto di forza del film sta nelle atmosfere desolate, negli skylines deserti, nella disperazione che costringe i protagonisti a cercare di salvarsi ma chiedendosi sempre se ne vale, poi, la pena.
Le grandi pellicole del genere sono, secondo me, quelle che creano l’atmosfera giusta e la trasformano in una sensazione che non ti abbandona dopo essere uscito dal cinema, non quelle che ti fanno tirare un sospiro di sollievo e non ti fanno mangiare la pasta al sugo per 2 settimane. True story.

Questo mi ricorda che non vi ho mai parlato di horror. Solo un breve accenno in questa top 5. Se conoscete i film che ho elencato capirete sicuramente cosa intendo per atmosfera e perché sono contraria agli spargimenti di ketchup.

Mi vengono in mente 2 film, visti sfortunatamente al cinema: Saw II – La soluzione dell’enigma (2005) e L’esorcista – la genesi (2004). Il primo assurdamente violento (e badate che non ho problemi “morali” con la violenza, anche cruda, vedi Funny Games); il secondo semplicemente disgustoso, da rivoltare le budella (e badate che non ho nessun problema con lo splatter, vedi Planet terror di Rodriguez che adoro).
Ogni scelta dovrebbe avere una giustificazione. Se si pensa di poter fare un bell’horror solo con ettolitri di sangue si sbaglia di grosso. Al contrario, grandi maestri hanno provato che è possibile fare un grande horror quasi soltanto di atmosfere (La notte dei morti viventi di Romero, per esempio).
28 giorni dopo ha un equilibrio perfetto: sangue e atmosfera necessitano uno dell’altra e vien fuori un film da vedere e rivedere.
D’altra parte Danny Boyle non si è trovato a passare per caso dietro alla cinepresa, ma ha girato film che adoro (Piccoli omicidi tra amici, Trainspotting, The millionaire, Sunshine).

Per dovere di cronaca esiste 28 settimane dopo. Stesso universo narrativo, più in là nel tempo, con regia, sceneggiatori e cast diversi. Non male ma non all’altezza del primo. Francamente l’escamotage della nuova diffusione del virus è…bah. Non mi convince. Però guardatelo, c’è Robert Carlyle che da una grande prova e anche Harold Perrineau per chi sente la mancanza di Lost.

Bellissima la scena finale. Buona visione :)

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