La strada di Cormac McCarthy

“Che male c’è ad avere ogni tanto un po’ di pietà? […] Sì, certo, l’artista ha il compito di costringerci a figgere lo sguardo nell’orrore fin quasi allo svenimento. Ma anche il compito di offrirci calore e speranza, e forse anche un evasione dalla nostra vita, che talvolta può sembrarci insopportabilmente grigia. Non mi va di scegliere un compito a discapito dell’altro: entrambi mi sembrano importanti. Ed è più che legittimo, mi pare, non voler leggere La strada. Farei volentieri a meno di portare impresse nella memoria certe sue immagini. Se qualcuno vi dice che leggerlo è un dovere, non ascoltatelo.”

Questa è una parte (la più seria e meno cialtrona) del pensiero che Nick Hornby ha su La strada di Cormac McCarthy, autore tra le altre cose di Non è un paese per vecchi, romanzo da cui i Coen hanno tratto il film del 2007 con Javier Bardem.
Non credo si capisca da questo passaggio che Hornby ritiene il romanzo di McCarthy un’opera straordinaria.
Tuttavia la grandezza de La strada sta proprio nell’orrore e nello scoramento che provoca nel lettore. Da qui la rivendicazione del diritto di leggerlo o meno. La trama?

Non c’è trama da raccontare. Il mondo è finito. Non sappiamo perché, non sappiamo ad opera di chi, non sappiamo quanto tempo ci è voluto, né cosa sia successo. I giorni si susseguono tutti uguali: nebbia, cenere, detriti di una civiltà ormai perduta, pioggia, neve, freddo. Un padre e un figlio si dirigono verso un legendario sud. Ma per trovare cosa? Altri uomini e bambini che non siano diventati bestie, che non siano capaci di orrori indicibili pur di sopravvivere.

La strada è scritto magistralmente. I laconici dialoghi tra padre e figlio si alternano a descrizioni che definirei ottocentesche per minuziosità e ricchezza di particolari e tuttavia utilizzano una scrittura asciutta e spesso priva di punteggiatura. Se la descrizione è, nella teoria, un momento di stasi della storia, un occhio fermo che permette di immaginare il fondale su cui si muovono i personaggi, in La strada la descrizione del mondo è tutto, è la fonte da cui viene l’angoscia, lo scheletro di una vita che verrà dimenticata, il palcoscenico di eventi a cui nessuno assiste, lo spettacolo del nulla e della disperazione.

Mi soffermo un attimo sui due protagonisti. Padre e figlio non hanno nome. Sono solo “l’uomo” e “il bambino”, una scelta che trovo particolarmente coerente con la messa in scena di un mondo che non può essere più nominato da nessuno.
Il bambino è la figura cardine di tutta la disperazione. Non perché è un bambino o perché è innocente o perché deve assistere all’orrore descritto. Ma perché non ha mai visto il “prima”, è nato quando tutto il resto è morto, quindi le sue speranze sono frutto delle storie raccontate dal padre. Non sono speranze che gli appartengono. E’ un bambino che non può immaginare un mondo realmente diverso da quello che vede. Ci prova di continuo, ma non è convinto.

E allora ritorniamo a Nick Hornby. La penso più o meno come lui. La strada è un libro così disperato, così d’impatto, così deprimente che l’ho letto con fatica, arrancando sulla cenere insieme ai protagonisti. Si legge di un orrore così spaventoso che non puoi non chiederti se ne valga, poi, la pena.
Non sono d’accordo con chi vi legge un monito per l’umanità e quindi vede La strada come un testo quasi profetico.
La strada è un romanzo, nato dalla fantasia di uno straordinario scrittore. Non è un dovere leggerlo, come dice Hornby, perché non dice la Verità.

Tuttavia La strada ti prende a pugni nello stomaco proprio perché fa leva su paure reali, su scenari possibili anche se non auspicabili. Quindi quando non avrete bisogno di leggerezza, ma il vostro desiderio sarà quello di leggere un romanzo potentissimo, scritto divinamente allora consiglierò La strada.
Vi farà stare da cani, ma vorrete continuare per vedere se c’è fine allo schifo, se c’è una speranza anche solo piccolissima. Arrivati alla fine tirerete un sospiro di sollievo perché finalmente è tutto finito e siete usciti da quell’incubo. Però certamente non vi pentirete di aver affrontato questa avventura.

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