La presenza cinese in Africa: i rapporti Cina – Sudan

La capillare presenza cinese nel continente africano è un dato di fatto fin dagli anni ’90. Negli ultimi anni però la penetrazione cinese in Africa ha conosciuto una vertiginosa accelerazione.

 

Il paese asiatico considera i rapporti economici con i paesi africani di vitale importanza per gli interessi cinesi:  la sua economia in continua crescita ha bisogno non solo delle immense ricchezze naturali (in particolare energetiche) africane, ma anche del suo immenso bacino commerciale su cui riversare i propri manufatti, armi incluse.

Tutti i paesi africani sono attualmente partner commerciali della Cina: dal continente africano partono in direzione dell’Impero di Mezzo risorse quali petrolio, cotone, legname, oro, uranio… Il continente africano riceve in cambio prestiti, investimenti, interventi che nessun altro paese potrebbe permettersi in questo momento storico.

Il Sudan, lo stato più grande del continente, può essere analizzato come caso esemplificativo della politica adottata da Pechino in Africa. La cosiddetta “strategia africana” prevede reciproci benefici economici senza nessuna ingerenza negli affari interni.  In altre parole, per avviare una partnership economica la Cina non impone vincoli di tipo politico né chiede il rispetto di regole democratiche, di governance o relative ai diritti umani o alla tutela ambientale. D’altra parte non potrebbe essere altrimenti visto che nemmeno la Cina è un paese democratico in senso “occidentale”. L’unica vera richiesta di Pechino è che i suoi partner si adeguino alla one China’s policy, il principio di “un’unica Cina”, tagliando quindi eventuali rapporti con Taiwan.

Ripercorrendo rapidamente la storia dei rapporti bilaterali tra Cina e Sudan possiamo trovare numerose conferme in tal senso; la Cina è entrata nel business petrolifero sudanese nel 1997 con l’acquisizione di una quota del 40% nel Greater Nile Petroleum, approfittando del progressivo isolamento internazionale di Khartoum in seguito dell’ascesa al potere da parte del governo islamista di Hasan al-Turabi nel 1989. Da quel momento la partnership è andata via via intensificandosi portando con sé anche  inevitabili risvolti politici, come dimostra lo scoppio, nel febbraio 2003, della guerra in Darfur, regione occidentale del Sudan, che ha portato nell’estate 2004 il Congresso di stato americano a definire la crisi “un genocidio”.  L’amministrazione Bush premette sul Consiglio di Sicurezza affinché fossero adottate sanzioni economiche contro Khartoum ma Pechino si schierò contro l’adozione di qualsiasi ritorsione facendo uso della minaccia di veto, difendendo quindi a spada tratta quello che al momento era ancora il suo principale fornitore di greggio in Africa. Qualcuno sostiene che un’altra motivazione del comportamento della Cina fosse il traffico di armi dirette dal paese asiatico alle milizie sudanesi.

Per gli osservatori occidentali le zone d’ombra e le perplessità relative alla collaborazione Cina- Sudan sono quindi numerose.
Anche il ruolo preponderante svolto dal paese asiatico nella costruzione della contestata Diga di Merowe, considerata da alcuni un vero e proprio disastro ecologico, viene vista da qualcuno come un’ulteriore conferma della mancanza di scrupoli della Cina rispetto a questioni sociali e ambientali.

La costruzione della diga di Merowe, benché in grado di raddoppiare la capacità idroelettrica del Sudan con la produzione di 1250 megawatt di energia, è stata criticata da più parti:  una precedente valutazione d’impatto ambientale aveva infatti espresso un giudizio negativo sulla fattibilità del progetto per via dei numerosi impatti ambientali e sociali sfavorevoli quali, ad esempio,  la progressiva erosione degli argini del fiume,  il rischio per la salute della popolazione causato dall’inquinamento e della decomposizione di materiale organico, la distruzione di siti archeologici come il centro dell’antica Nubia di epoca egizia, il prosciugamento del Lago Nasser, la necessità di reinsediare oltre 60.000 persone …. Ciononostante la diga fu costruita, con il contributo dei 249 milioni di Euro stanziati dalla China Import Export Bank.

Un gruppo di leader africani, oltre ad una crescente fetta della popolazione africana, sta iniziando a manifestare la propria preoccupazione per quella che sembra essere una vera e propria colonizzazione, seppure con modalità atipiche, messa in atto dalla Cina senza preoccupazioni per lo sviluppo locale.

Tuttavia ultimamente la Cina ha iniziato ad implementare anche progetti di una certa utilità sociale, innovativi e sostenibili. Tra questi, tornando a focalizzarci sul Sudan, vi è l’intervento a favore della modernizzazione di Port Sudan, città dello Stato sudanese del Mar Rosso (uno dei 26 stati del paese africano) che include l’implementazione di un progetto per la fornitura d’acqua potabile ad aree della città che soffrono di problemi idrici.

Il lancio di un importante progetto di produzione di bioenergie, che sarà trattato nel prossimo  post, è un’ulteriore conferma della crescente partecipazione della Cina a progetti di sviluppo locale.

Nei mesi a venire sarà indispensabile tenere in considerazione le conseguenze della separazione del Sudan del Sud che, in seguito al referendum del 30 gennaio 2010, ha dato vita ad uno stato autonomo. Non si può ancora delineare un quadro preciso della situazione, nè capire quali saranno i rapportti della Cina con il nuovo stato.

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