Anni ’70: L’inquilino del terzo piano

Vi piace Polanski? Vita travagliata e non esattamente da santo, ha firmato film davvero bellissimi tra cui Repulsion, Rosemary’s baby, Chinatown, Tess, La nona porta (che non definirei bellissimo, ma vabè :D), Oliver twist, il recente L’uomo nell’ombra e, uno dei miei preferiti, Il pianista.

Nel1976 esce L’ inquilino del terzo piano che inserisco senza nessuna fatica nella lista dei migliori.
Nonché in quella dei più grotteschi, più ansiogeni, più claustrofobici, più ossessionati e anche più pazzoidi.

Polanski stesso interpreta Trelkovski, un impiegato di origini polacche che prende in affitto un appartamento a Parigi. Prima di lui l’abitazione era stata occupata da Simone Chule, una ragazza che si è suicidata buttandosi dalla finestra. Appena preso possesso dell’appartamento Trelkovski comicia ad essere vittima di una serie di bizzarri comportamenti che trasformano la sua esistenza in un incubo kafkiano.
I vicini si lamentano di continuo per ogni più piccolo rumore.
Una donna con una bambina invalida viene a chiedergli aiuto perché il resto degli inquilini vuole cacciarla di casa.
Il padrone di casa sembra avere da ridire in particolare sulla sua moralità.
La portiera (Shelley Winters) è scorbutica e scontrosa e gli consegna ancora la posta della Chule.
I baristi giù all’angolo ignorano le sue ordinazioni e gli servono quello che prendeva la Chule: cioccolato caldo invece di caffè. Marlboro invece che Gauloises blu.
Dietro l’armadio Trelkovski trova un buco, tappato con dell’ovatta, e al suo interno un dente.
Ah. Non c’è il bagno. La toilette si trova in fondo al corridoio, a portata di sguardo del protagonista, e dall’appartamento lui vede di continuo gli altri inquilini stare ore a fissare dalla sua parte.

Ora, ditemi voi se non è strano tutto questo. Se non lo trovate inquietante vi consiglio di traslocare, perché non è per niente normale che i vostri vicini si comportino così.

Nel momento di schiacciare play tenete presente che non c’è niente di sicuro in quello che andrete a vedere.
I vicini di Trelkovski sono davvero così grotteschi e ambigui? Così opprimenti? Così sospettosi e passivo-aggressivi?
Oppure forse, è la mente di Trelkovski che si incrina a tal punto da credere di essere perseguitato da un vicinato certamente gretto e pieno di pregiudizi, ma non effettivamente morboso?

Certo è che assistiamo ad una progressiva sovrapposizione della personalità della Chule a quella del nostro uomo, una sovrapposizione tanto potente che Trelkovski inizia a travestirsi da donna e passa le notti seduto su una sedia come una Chule rediviva, ossessionato probabilmente dalle sue stesse visioni (una su tutte: la sua testa che compare nella cornice della finestra, lanciata in aria a mo’ di pallone).

E infatti la fine a cui andrà incontro è proprio la stessa: schiantarsi nel cortile del palazzo, davanti ad una platea che come a teatro aspetta solo l’atto finale, e quindi rompere quei vetri che, dopo la morte della Chule, sembravano fossero stati ricostruiti proprio per lui.

Non c’è una verità, un unica prospettiva da cui giudicare la situazione, come la scena finale ci suggerisce: Trelkovski sovrappone l’immagine dei suoi vicini a quelli di ignari passanti e, quando tutti i coinquilini sopraggiungono nel cortile per soccorrerlo essi ci vengono proposti sia pieni di attenzioni e preoccupazioni per il ferito, sia come dei carnefici agli occhi del protagonista. La verità probabilmente sta nel mezzo, oppure semplicemente non c’è.

Un film particolarissimo e claustrofobico. Si entra nella mente del protagonista e si perdono, con lui, tutti i punti di riferimento. Personalmente i vicini di Trelkovski mi hanno ricordato tantissimi i vicini di Rosemary’s baby , sorridenti e inquietanti. Solo che ne L’inquilino del terzo piano non sorridono, inquietano solo :)
Ogni regista ha le sue fissazioni che poi, nei film, diventano cifre distintive: Polanski deve avere qualche problema con le case nuove, i muri crepati e i rapporti di vicinato.

Straconsigliato, miei cari. Davvero.

Ah, piccola curiosità: nella versione italiana (così come in quella inglese e quella francese) Polanski doppia sé stesso. Espediente efficacissimo nella resa dell’accento, non c’è che dire :)

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