L’arte è (a)politica: Alberto da Giussano

Il secondo caso, tra i tanti (dopo quello di Pellizza da Volpedo di cui si parla nel precedente post), di opera d’arte iconograficamente depredata dalla politica è quello dell’Alberto da Giussano di Enrico Butti (1847-1942).
Scultore nativo di Viggiù, dove tutt’oggi si trova il museo a lui dedicato – grazie al consistente lascito di opere effettuato, poco prima di morire, dallo stesso artista -, una gipsoteca ove sono conservati alcuni dei suoi più importanti modelli in gesso, Butti si colloca in quel frangente tra Otto e Novecento in cui la scultura monumentale cambia volto(1) e tende ad avvicinarsi sempre più alla pittura, per espressività ed effetti materici della superficie. In due parole: c’è movimento.

In modo affine a Pellizza da Volpedo, egli nel 1887 ritrae uno dei protagonisti delle classi lavoratrici del periodo, Il minatore – alla Galleria d’Arte Moderna di Milano -, nella foto a sinistra, ma allo stesso modo è in grado di destreggiarsi nell’ambito monumentale: ed ecco Alberto da Giussano (1897-1900), oggi collocato a Legnano – in provincia di Milano – in piazza Monumento (nella foto di destra).

Chi è Alberto da Giussano? Figura storica o leggendaria, la cui reale esistenza è tutt’ora dibattuta tra gli studiosi, si dice abbia svolto un ruolo fondamentale nella medievale battaglia di Legnano (1176) come difensore della Lega Lombarda contro l’invasione dello straniero Federico Barbarossa. Sentito patriotticamente come simbolo della città – anche grazie a un discorso tenuto da Giuseppe Garibaldi -, nel clima globale di un’Italia postunitaria, egli viene quindi celebrato con la costruzione di un monumento inaugurato proprio nel 1900(2).

Butti lo vede così, un condottiero armato di tutto punto, spada in una mano, scudo nell’altra, elmo e cotta di maglia, ritratto nel suo momento di massimo trionfo. Di classico, in quest’opera, rimane ben poco, ed è questa la grande innovazione dell’artista varesino: un braccio si slancia verso il vuoto, prolungato innaturalmente dal simbolo della vittoria militare, la spada, e uno dei due piedi è collocato su un rialzo, donando alla figura una posa serpentinata; in più la superficie bronzea si sfalda, non è levigata e immota come nel Settecento.

E così che quest’immagine, così trionfale e anche per questo così celebre, viene replicata come logo dell’azienda di biciclette Legnano, della squadra di calcio della città, ma anche come immagine di un partito politico.

(1) Negli stessi anni operano anche Medardo Rosso, protagonista italiano della rivoluzione scultorea, parallelamente al francese Auguste Rodin, e Giuseppe Grandi, autore del Monumento alle Cinque giornate (1881-1894), pietra miliare nella scultura monumentale milanese.

(2) Originariamente la commissione era stata attribuita allo scultore Egidio Pozzi, ma poi passò a Enrico Butti.

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