Silvia
12 gennaio 2011

My blueberry nights – Il soul di notti blu mirtillo

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“Ci ho messo un anno a tornare. In fondo non è stato difficile attraversare la strada.
Tutto dipende da chi ti aspetta dall’altra parte”.

Solo un orientale, in questo caso Wong Kar-wai, da Hong Kong, avrebbe potuto dirigere un film come My blueberry nights (2007).
Il perché è presto detto: per tutta l’ora e mezza non accade nulla. Vero, la mancanza di azione in un film non è una novità, c’è chi ne ha fatto la propria cifra stilistica (si veda Sofia Coppola, e ciò non le ha sottratto gli ottimi risultati raggiunti), ma Kar-wai riesce nel suo intento in maniera quasi sublime: in questa pellicola non alza mai la voce, attestando il livello del suono a un leggero sussurro, così come immagino che sia l’impressione della parte orientale del mondo.

Dunque in questo film dove la protagonista, già dal titolo, è un’intonsa e consolatoria torta ai mirtilli, i personaggi parlano, si studiano, ma le vicende ci vengono raccontate esclusivamente per interposta-interposta persona (se ci pensiamo bene, oltre al narratore, fra noi e loro si frappone lo schermo), e ognuno di essi comunica con noi attraverso sguardi eloquenti concessi dalle numerose inquadrature prolungate – più sui dettagli che d’insieme – ma nient’altro.
Perché la poesia si trova nei dettagli.

New York, anno imprecisato, ma dopo i 2000, la contemporaneità.
Elizabeth (Norah Jones), americana, e Jeremy (Jude Law), accento inconfondibilmente britannico, si incontrano nel suo pub, e già si appartengono.

Si appartengono nonostante lui abbia altro per la testa, e malgrado lei piombi nel locale col cuore infranto, solo per sapere se il suo uomo è passato di lì con un’altra donna. Trascorrono alcune notti così, dall’una e dall’altra parte del bancone a snocciolare storie, di perdita o ritrovamento, che appartengono alle chiavi dimenticate e accumulate in un contenitore di vetro (ah, le chiavi, quanto azzeccata metafora di una storia d’amore), e a mangiare una blueberry pie snobbata dai clienti.
Elizabeth, straziata e cattiva con se stessa al punto da andare a visitare la casa che condivideva con lui, ora in compagnia di un’altra donna, una di queste sere si addormenta, e Jeremy le ruba un bacio, altrettanto leggero e delicato.

Da qui prende avvio un altro film.
Un viaggio, più interiore che reale – il viaggio on the road esiste, ed è quello di Elizabeth attraverso gli Stati Uniti, ma ci viene restituito quasi esclusivamente per schermate, con l’indicazione della distanza in miglia da New York, da Jeremy –, che lei intraprende per lasciarsi tutto alle spalle, per distruggere e rinnovare ciò che non va.
Lizzy scompare, ma ogni sua tappa coincide con una cartolina per Jeremy: come in un’atmosfera d’altri tempi, i due prendono carta e penna e si scrivono. Ogni luogo è un passo avanti verso la ripresa, e ogni meta è raggiungibile, anzi, superabile.
Poi il ritorno, per una parte condito dalla compagnia di una Natalie Portman/ impavida giocatrice d’azzardo senza scrupoli, o quasi. E dopo il ritorno, il re-incontro.

Pellicola minimal, al limite dell’asfissia (da cui comunque riesce a salvarsi), ruotante in questo mondo in miniatura fatto di soli interni di ristoranti e pub in cui i personaggi s’incastrano alla perfezione, dalle brillanti tinte al neon – quasi tutte le scene si svolgono di notte – e dai primi piani che non lasciano scampo. Un girato dove New York compare appena, ma incombe sempre alle spalle, e dove i silenzi prevalgono sul parlato.
Ma perfetto se somministrato dopo una giornata di calca e carica del virtuale e del chiasso.
Un orientale, ancora una volta, ci fornisce (ed ecco che ritorna) la chiave.

P.s. Da scartare, come spesso accade, la trasposizione italiana del titolo (Un bacio romantico): leggete questo post a riguardo.

Commenti

commenti

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  1. alaska scrive:

    Che bell’articolo :)
    Amo moltissimo Wong Kar Wai e questo film è inconfondibilmente suo per chiunque abbia visto altre sue pellicole (le vetrine, i vetri, le finestre da cui si scrutano gli interni per me sono la sua cifra, le sue inquadrature migliori XD), però sai, non l’ho amato particolarmente.
    L’ho rivista un paio di volte(in questo caso la presenza di Jude Law mi ha aiutato incredibilmente ;D) ma trovo che sia nettamente inferiore ai suoi lavori precedenti. Secondo me quella sospensione di azioni e parole così caratterizzante del suo modo di fare cinema, non è efficace nell’ambientazione occidentale così come in quella orientale. Qui mi viene da dire che non succede niente, ma non lo direi mai per In the Mood for Love o 2046. Eppure i tempi sono esattamente quelli. Chissà se mi sono spiegata! :D

    Ah e grazie per aver ricordato il titolo originale, al momento di preparare il post sui titoli dei film mi era del tutto sfuggito! A presto ^_^

  2. Silvia Colombo scrive:

    Ma grazie! :D
    Dopo aver buttato giù le mie impressioni ho letto altre recensioni qua e là per il web, e ne ho trovate molte in accordo con quanto hai scritto tu. E a tutto c’è una spiegazione: per me questo è stato il primo film di Kar-Wai, mi manca tutto il sostrato precedente.
    Il che dovrebbe farmi intuire che gli altri suoi lavori sono splendidi (ho recuperato in questi giorni In the mood for love), perciò ne approfitterò a breve! ;)
    A presto!

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