My blueberry nights – Il soul di notti blu mirtillo

“Ci ho messo un anno a tornare. In fondo non è stato difficile attraversare la strada.
Tutto dipende da chi ti aspetta dall’altra parte”.

Solo un orientale, in questo caso Wong Kar-wai, da Hong Kong, avrebbe potuto dirigere un film come My blueberry nights (2007).
Il perché è presto detto: per tutta l’ora e mezza non accade nulla. Vero, la mancanza di azione in un film non è una novità, c’è chi ne ha fatto la propria cifra stilistica (si veda Sofia Coppola, e ciò non le ha sottratto gli ottimi risultati raggiunti), ma Kar-wai riesce nel suo intento in maniera quasi sublime: in questa pellicola non alza mai la voce, attestando il livello del suono a un leggero sussurro, così come immagino che sia l’impressione della parte orientale del mondo.

Dunque in questo film dove la protagonista, già dal titolo, è un’intonsa e consolatoria torta ai mirtilli, i personaggi parlano, si studiano, ma le vicende ci vengono raccontate esclusivamente per interposta-interposta persona (se ci pensiamo bene, oltre al narratore, fra noi e loro si frappone lo schermo), e ognuno di essi comunica con noi attraverso sguardi eloquenti concessi dalle numerose inquadrature prolungate – più sui dettagli che d’insieme – ma nient’altro.
Perché la poesia si trova nei dettagli.

New York, anno imprecisato, ma dopo i 2000, la contemporaneità.
Elizabeth (Norah Jones), americana, e Jeremy (Jude Law), accento inconfondibilmente britannico, si incontrano nel suo pub, e già si appartengono.

Si appartengono nonostante lui abbia altro per la testa, e malgrado lei piombi nel locale col cuore infranto, solo per sapere se il suo uomo è passato di lì con un’altra donna. Trascorrono alcune notti così, dall’una e dall’altra parte del bancone a snocciolare storie, di perdita o ritrovamento, che appartengono alle chiavi dimenticate e accumulate in un contenitore di vetro (ah, le chiavi, quanto azzeccata metafora di una storia d’amore), e a mangiare una blueberry pie snobbata dai clienti.
Elizabeth, straziata e cattiva con se stessa al punto da andare a visitare la casa che condivideva con lui, ora in compagnia di un’altra donna, una di queste sere si addormenta, e Jeremy le ruba un bacio, altrettanto leggero e delicato.

Da qui prende avvio un altro film.
Un viaggio, più interiore che reale – il viaggio on the road esiste, ed è quello di Elizabeth attraverso gli Stati Uniti, ma ci viene restituito quasi esclusivamente per schermate, con l’indicazione della distanza in miglia da New York, da Jeremy –, che lei intraprende per lasciarsi tutto alle spalle, per distruggere e rinnovare ciò che non va.
Lizzy scompare, ma ogni sua tappa coincide con una cartolina per Jeremy: come in un’atmosfera d’altri tempi, i due prendono carta e penna e si scrivono. Ogni luogo è un passo avanti verso la ripresa, e ogni meta è raggiungibile, anzi, superabile.
Poi il ritorno, per una parte condito dalla compagnia di una Natalie Portman/ impavida giocatrice d’azzardo senza scrupoli, o quasi. E dopo il ritorno, il re-incontro.

Pellicola minimal, al limite dell’asfissia (da cui comunque riesce a salvarsi), ruotante in questo mondo in miniatura fatto di soli interni di ristoranti e pub in cui i personaggi s’incastrano alla perfezione, dalle brillanti tinte al neon – quasi tutte le scene si svolgono di notte – e dai primi piani che non lasciano scampo. Un girato dove New York compare appena, ma incombe sempre alle spalle, e dove i silenzi prevalgono sul parlato.
Ma perfetto se somministrato dopo una giornata di calca e carica del virtuale e del chiasso.
Un orientale, ancora una volta, ci fornisce (ed ecco che ritorna) la chiave.

P.s. Da scartare, come spesso accade, la trasposizione italiana del titolo (Un bacio romantico): leggete questo post a riguardo.

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