Sonic Youth – Daydream Nation – la quintessenza del noise

Sonic YouthDaydream Nation – 1988 – Geffen

New York non è e non sarà mai un posto banale. Nel variegatissimo panorama del rock la Grande Mela ha sempre allevato e cresciuto artisti di grandissimo istinto innovativo ed in grado di aprire la strada a nuovi ed incontaminati territori musicali.

E’ qui che ha le proprie radici una delle band più influenti e produttive degli ultimi 30 anni: i Sonic Youth. Nel 1988 il quartetto new yorkese da alla luce quella che è ad oggi considerata unanimamente un’autentica pietra angolare del noise rock, il loro quinto LP, Daydream Nation.

Si tratta di un’opera assolutamente unitaria e circolare, senza peraltro grandi hits radiofoniche o televisive, che riesce ad attirare l’ascoltatore in uno stato quasi estatico. Un disco che ha un’identità ben definita, una storia lunga e travolgente che coinvolge e da la sensazione di non voler finire mai. I Sonic Youth costruiscono pezzi nei quali riescono a fondere riff di chitarra rumorosissimi (non pesanti..semplicemente noise..) e veloci, dimostrando così di aver mandato a memoria la lezione tre accordi tre della tradizione punk, con notevoli variazioni armoniche, degne della miglior scuola psichedelica anni ’60.

Il risultato è un disco a ritmo elevatissimo, tanto cupo quanto essenziale negli arrangiamenti e nei testi, ma comunque di straordinaria efficacia innovativa. Band come i Pixies, Smashing Pumpkins, Mudhoney e Nirvana (solo per citarne alcuni) subiranno in maniera profondissima l’influenza dei Sonic Youth. E Daydream Nation ne è senza dubbio il manifesto più significativo ed emblematico.

L’album è composto da tracce piuttosto lunghe, caratterizzate da riff di chitarra ossessivi e lancinanti. Le voci di Thurstone Moore (chitarra) e della magnifica Kim Gordon (basso) sembrano quasi un elemento a parte rispetto al tappeto strumentale, un effetto che conferisce al disco quel tipico gusto garage che caratterizza l’intera (mastodontica) produzione dei Sonic Youth.

Il pezzo d’apertura, Teenage riot, svela già molto di quello che ci offrono in questo LP i ragazzi della Grande Mela: intro cupo con la chitarra che si lancia in un arpeggio malinconico seguite da un’esplosione di riff dal gusto vagamente punk di chitarre acidissime, sostenute dalla batteria mai banale di Steve Shelley, che martellano per tutti e sette i minuti di durata del pezzo. Teenage riot svela molto, come dicevo..ma non tutto.

L’opener risulta essere, infatti, tutto sommato quasi scanzonata e divertente, merito delle variazioni di chitarra di Moore e Lee Ranaldo..d’altra parte è la rivoluzione dell’adolescenza. Già la seconda traccia, la velocissima Silver rocket, ci trascina definitivamente nell’atmosfera dominante questo autentico capolavoro noise. Chitarre esplosive, testi minimali, batteria ossessiva e almeno 30 secondi di puro rumore metropolitano ricreato dai ragazzi giocando con effetti e distorsioni di chitarre e bassi.

The sprawl, terzo episodio dell’album, è un pezzo raffinato, che alterna scientificamente parti veloci e ritmi più rilassati, con gli immancabili deliri chitarristici di Moore e Ranaldo, senza peraltro mai rifugiarsi in assoli da guitar hero che hanno dominato il rock a stelle e strisce degli anni ’80. Il tutto condito, e dominato, dalla sensualissima voce di Kim Gordon. La parte finale del brano è caratterizzata da un lungo accavallarsi delle due chitarre, sostenute dal basso di Kim che ci proiettano direttamente alla successiva ‘Cross the breeze. Traccia che riparte proprio dalla lancinante chiusura del pezzo precedente, per poi esplodere in un ritmo forsennato, con chitarre, basso e batteria lanciate a folle velocità verso strofe e ritornello. La furia si placa per un po’, anche se il ritmo rimane alto e le liriche urlate, strazianti, di Kim non permettono certo di rilassarsi..anche perchè i ragazzi sono pronti a riesplodere tutta la loro potenza prima della ormai classica chiusura malinconica della traccia.

La successiva Eric’s trip, pur avendo l’enorme merito di non spezzare il turbolento incantesimo creato dall’album, è un brano veloce e poco impegnativo, uno dei pochissimi elementi tutto sommato trascurabili dell’album.

In Total trash chitarre acide e batteria tornano a farla da padrone. Brano in cui, quasi più che nel resto del disco, si manifesta la dedizione dei ragazzi al guitar noise. Moore e Ranaldo sembrano infatti fare a gara a chi è più indisciplinato e rumoroso, anche se, come sempre, il pezzo risulta assolutamente armonioso e coeso nella sua costruzione. Merito anche del cantato quasi elementare, ma azzeccatissimo, di Moore. Qualche sprazzo di “psichedelia made by Sonic Youth” completano il quadro di un pezzo che è un vero monumento al noise.

Il ritmo si mantiene altissimo, e le chitarre sempre acidissime, nella successiva Hey Joni, mentre Providence è una sorta di esperimento di rilassamento metropolitano: base di piano e tanto, tantissimo rumore di sferragliamento su rotaie e voci al megafono ci accompagnano per un paio di minuti.

Della nona traccia, Candle, impressiona la facilità della band nel passare da deliziosi arpeggi a suoni decisamente più abrasivi, a tratti perfino taglienti. Le successive Rain King e Kissability, per nulla banali anche se non fondamentali prese singolarmente, mantengono ad adeguato livello ritmo e rumore dei ragazzi e aprono la strada al capolavoro che chiude questo..capolavoro.

Trilogy (composta da The wonder, Hyperstation e Eliminator Jr.) è la perfetta sintesi di tutta la filosofia dei Sonic Youth: anarchia chitarristica straordinariamente ordinata nel suo insieme, alternanza di ritmi veloci a fasi quasi oniriche e voci stile punk. Il risultato è un giro di 14 minuti e 2 secondi nella giostra sub-urbana più rumorosa, angosciante e malinconica del rock moderno.

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