Detto Tra Noi: ti racconto 13

LUI

‘mazza che tranvata, per rimanere sul tono dialettal-colloquiale della conclusione lapidaria del tuo scritto (coppate).

Non intendo certo produrmi in un excusatio non petita, né appellarmi a te in alcun modo. Tu hai chiaramente espresso una ragionata – oltre che largamente condivisibile – decisione inappellabile. E chi risulta soccombente, qui, su tutta la linea, è il sottoscritto.

Perché non posso negare che la tua mail, seppur con qualche eccesso evidentemente dettato dal carico emotivo del momento, coglie nel segno sotto vari punti di vista.

Io tendo a non ricordare. Che purtroppo non è un equivalente di dimenticare. Il termine dimenticare implica un processo, non una mera azione. Un processo di metabolizzazione, di trasformazione della materia. Non ricordare è un facile palliativo del pavido e inetto che sono. Equivale a gettare tutto in un pozzo nero nel retro di casa. Un po come il disordine di casa mia rinchiuso nello sgabuzzino tanto caro a mia madre. Un po’ come quel cuore messo in una scatola a marcire.

Non è un gesto risolutivo, certo. Ciò che si mette li al riparo della vista mia e degli altri, inizia a imputridire, i dolori riemergono a distanza di tempo sotto forma di mostruosi e insostenibili miasmi, irriconoscibili e, per questo motivo, invincibili.

E io mi perdo tutto ciò che di buono (o addirittura di “eccellente”) incontro sul mio cammino, troppo impegnato a pensare alle mie microscadenze che cadenzano la mia talora insipida (e – forse è vero – noiosissima) esistenza. Ma non c’è soluzione immediata a tutto ciò, cuore e cervello non si parlano né si sono mai parlati.

Ciò che mi rasserena in questo caso è che tu disponi di tutta l’intelligenza e le capacità critiche per comprendere che il problema è tutto e solo mio (com’è che mi hai detto l’altra sera a cena? Qualcosa tipo “ma non ti rendi conto che sei tu che dovresti ringraziare che ti faccio la concessione di essere qua con te?”… questo tizio, pure bruttino, che pretende che il mondo vada alla rovescia mentre legge vanity fair) E per recidermi stando seduta sulla jeep, senza sprechi di benzina e accanimenti terapeutici..

Perché poi tu sei un treno di quelli belli solidi con tutte le tue carte in regola e un sacco di passeggeri che ambiscono a salire e godersi il viaggio e chi vuole averci a che fare con un passeggero che spera di non farsi beccare dal controllore che non ha pagato il biglietto, che manco è sicuro di dove vuole arrivare, se era il caso di partire e magari c’ha pure da lamentarsi (per rimanere sulle metafore di viaggio che so che ti piacciono).

Insomma:  10-0, come c’era da aspettarsi, su tutti i fronti. (ma poi, mi dirai tu, mica è una gara questa!). Rimane confermato che sei la persona che si dice in giro, un po’ più speciale della media.

Scritta sul pavimento, io che mangio solo, “cuore in scatola” a marcire. E come mi perdonerò per questo e altro lo sa solo dio che,poi, siccome non esiste, non lo sa proprio nessuno.

Mi piace che anche la tua ultima mail sia la descrizione di un viaggio, come una delle prime. Con un sorriso più triste amaro e solitario del tuo ti dico ciao, che è una parola che ti piace. Un fortissimo abbraccio.

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