“Camera con vista” di Forster.

Vi viene mai voglia di mandare a quel paese il mondo moderno e andare a lavoro in carrozza?
Urlare “Ambrogio, mi faccia preparare il calesse! Devo andare a dipingere il paesaggio dalla collina” ?

A me sì e di solito, quando mi capita, leggo un bel classico dell’800 ambientato nell’ Inghilterra di nobili e alti borghesi che si scervellano per 400 pagine su una lettera d’amore e un bacio mai dato.

Ne ho letti tanti di questo tipo, non sono una novellina del genere e quindi so bene cosa devo e non devo aspettarmi da certi libri. So fare benissimo i conti con problemi e scandali antiquati che corrono il rischio di far sorridere (o storcere il naso) a chi non è abituato e so trarre piacere da un libro che sa descrivere queste dinamiche con puntualità e leggerezza.

Tuttavia se trovo una storia debole per motivazioni che vanno al di là della “lontananza temporale” allora bisogna scriverci un articolo.

E’ il caso di Camera con vista di E. M. Forster (1908).

Durante un viaggio in Italia con la cugina, Lucy incontra George Emerson, un giovane inglese che si innamora di lei. Al ritorno in patria, la ragazza dovrà scegliere tra George e il fidanzato Cecyl.

Nessuna novità, direi. Non vi svelo il finale ma ci arriverebbe anche il mio gatto.

Il problema non è affatto questo. A mio parere, la protagonista, è il punto debole del romanzo, è un personaggio appena abbozzato, che  sembra decidere autonomamente del suo destino, quando invece, leggiamo assolutamente l’opposto. Lucy si inserisce in un meccanismo innestato dagli altri personaggi, si adatta ad uno stato di cose che lei non ha minimamente contribuito a creare.

E’ significativa, a questo proposito, la presa di coscienza definitiva riguardo ai suoi sentimenti: le parole che vengono usate, sia da lei che dagli altri personaggi, per descrivere la situazione, sono quelle che ha precedentemente utilizzato George, non quelle di Lucy. La presa di coscienza di Lucy è pallidissima e priva di vera potenza, ed è dovuta in parte al viaggio, in parte alla famiglia Emerson ma pochissimo a lei.

Non mi aspettavo una eroina dalla toccante sensibilità alla maniera di Jane Austen, né una donna anticonformista e modernissima  come Lady Chatterley, ma Lucy mi ha deluso molto.

In fin dei conti si descrive qualcosa che non accade: per quanto la protagonista voglia convincersi del contrario c’è sempre un uomo di mezzo, l’indipendenza non è poi un esigenza così forte e la speranza ultima è sempre quella di ricollocarsi all’interno degli schemi sociali e familiari prestabiliti.

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