“In principio erano le mutande” di Rossana Campo

Cosa guardate voi quando leggete un romanzo?

Io  giudico lo stile (com’è scritta la storia, chi narra, come lo fa, che lessico usa, che parole gli piacciono?)
Giudico i personaggi (sono realistici, approfonditi nella loro psicologia, coerenti nei comportamenti rispetto a quanto l’autore ci descrive?).

Giudico l’inizio e la fine (il finale è aperto, chiuso, triste, allegro, io vado pazza per i finali tristi, coerente con quanto letto dalla prima pagina? E l’inizio è d’impatto, ti fa innamorare subito di tutto e di tutti?)
Solo alla fine, giudico la storia. Eh sì. Perché una storia carina sono capaci tutti a pensarla, scriverla in modo che diventi un romanzo di un certo valore è un’altra cosa.

Tutta questa interessantissima premessa, inserita in questa recensione e non in un’altra, può farvi capire cosa penso di In principio erano le mutande di Rossana Campo. E cioè: una storia carina sono capaci tutti a pensarla, scriverla in modo che diventi un romanzo di valore è un’altra cosa.

La nostra protagonista è un sfigatissima ragazza afflitta da tremende pene d’amore e ci racconta un periodo della sua vita tra amanti infami e amici più sballati di lei.
Devo dire che la ragazza riesce subito simpatica, sempre a trovare un modo di arrangiarsi, sempre a scroccare un  pranzo o una cena, sempre in cerca dell’uomo perfetto che deve corrispondere il più possibile al suo modello ideale: Pavarotti.

Dov’è quindi il problema, vi chiederete. La storia è carina, la protagonista anche, tutto ben caratterizzato e bla bla bla.

Il problema è che, essendo la protagonista sballata, è sballato anche l’italiano. Le prime pagine pensate che sia straniera. Dopo un po’ pensate che la vostra copia del libro abbia un problema di refusi. Poi capite che si esprime proprio così e ci rimanete un po’ male, perché vi sembrerà una forzatura che una tizia che dice di leggere tantissimi romanzi sia praticamente illetterata. In pagine e pagine mancano gli articoli, i verbi non sono coniugati e altre piacevolezze del genere.

In alcuni momenti questa caratteristica è un punto di forza, soprattutto duranti i dialoghi con gli amici sballati che assumono una spontaneità davvero realistica. Per il resto, decisamente no.

Quindi. C’era tanto materiale e tante idee però la scelta linguistica affossa tutto. E’ una scelta assolutamente lecita, sia chiaro(chi scrive deve decidere come far parlare i personaggi e la Campo ha avuto ingegno e coraggio) ma influisce negativamente sulla scorrevolezza della lettura e e sul piacere che se ne trae.

Avete letto altro della Campo? Come vi è sembrata? Devo darle un’altra chance?

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