Protocollo di Nagoya: nuovi spiragli per la tutela della biodiversità?

Dopo il protocollo di Kyoto, approvato nel 1997, è stato siglato in Giappone un altro importante accordo in materia ambientale; si tratta del protocollo di Nagoya, approvato in extremis dalla X° Conferenza delle Parti aderenti alla Convenzione sulla Biodiversità (Cop-10), conclusasi lo scorso 29 ottobre.

L’ accordo ha rappresentato un importante passo avanti nella tutela della ricchezza delle specie viventi sul nostro pianeta Terra; che il Giappone abbia portato un’ altra volta fortuna alla comunità internazionale risparmiandole l’ennesimo fallimento in questo delicato quanto fondamentale settore?

Dopo 12 giorni di estenuanti trattative, i circa 18.000 delegati dei 193 paesi partecipanti alla decima conferenza della Convenzione sulla diversità biologica, riuniti nella città giapponese di Nagoya, capoluogo della prefettura di Aichi, hanno approvato le “decisioni storiche che permetteranno alla comunità delle nazioni di affrontare la sfida senza precedenti della perdita continua della biodiversità aggravata dai cambiamenti climatici”, come si legge nel comunicato finale della Convenzione.

Il summit di Nagoya  ha delineato un importante piano strategico per la tutela a lungo termine della biodiversità: l’ “Aichi Target”, che costituirà il quadro generale di protezione delle specie viventi a livello internazionale.

Il Protocollo prescrive,  per quanto riguarda le terre emerse, che il 17% sia messo sotto protezione entro il 2020, contro gli attuali 13. Per quanto riguarda la le aree marine, dopo un lungo e complesso dibattito che ha visto scontrarsi l’ Unione Europea, che chiedeva di proteggere  il 20% delle zone costiere e marine, e la Cina, che avrebbe optato invece per un misero 6%, è stato raggiunto un compromesso fissando gli obiettivi al 10%.  Risultato comunque soddisfacente, nonostante per scongiurare i danni provocati dalla pesca non sostenibile e da altri fattori, l’associazione ambientalista Greenpeace avesse fissato al 40% l’obiettivo di protezione a lungo termine.

Non si è discusso solamente di conservazione e tutela della biodiversità, ma anche di accesso alle risorse genetiche e di equa ripartizione dei benefici derivanti dal loro utilizzo; in particolare, è  stato superato lo scoglio rappresentato del regolamento ABS (Access and Benefit Sharing Protocol), che era in stallo da quando la Convenzione era stata firmata nel 1992 per via dei pesanti interessi delle grandi imprese farmaceutiche e cosmetiche. L’intesa su questo delicato e complesso argomento ha portato all’adozione di norme condivise finalizzate a disciplinare l’utilizzo di piante ed altre risorse da parte delle grandi società del settore. L’accordo obbliga inoltre a ripagare chi viene deprivato dell’uso delle stesse, in genere popolazioni indigene stanziate in paesi ricchi di biodiversità che detengono saperi millenari sulle loro funzioni e proprietà.  Le industrie quindi sono tenute a condividere con le comunità locali i profitti derivanti dall’utilizzo di geni di piante e animali per lo sviluppo di nuovi prodotti. Si tratta di una risposta seppur parziale ed in via di definizione alla questione della “biopirateria”, che ha coinvolto tra le altre anche importanti aziende giapponesi, finite al centro di controversie legali per brevetti su risorse genetiche e saperi tradizionali appartenenti a gruppi locali.

Si tratta di un argomento che meriterebbe un approfondimento e prometto che prima o poi pubblicherò un articolo con le ricerche approfondite cha avevo effettuato tempo fa.

Ora torniamo al Protocollo di Nagoya ed in particolare al ruolo del Giappone, paese ospitante: il paese asiatico è stato l’unico che si è impegnato ad investire fondi significativi. Il primo ministro del Giappone, Naoto Kan, ha avanzato la somma di 2 miliardi di dollari americani in finanziamenti e il ministro dell’ambiente del Giappone ha annunciato l’attuazione di un Japan Biodiversity Plan.

A livello nazionale il Giappone sta inoltre portando avanti un’iniziativa governativa chiamata “Life in Harmony, Into the Future” che si pone l’ammirevole obiettivo di supportare i paesi emergenti ed in via di sviluppo nelle loro politiche di conservazione della biodiversità.

“Che il Giappone abbia portato fortuna?”  chiedevo all’inizio di questo articolo. Forse in un certo senso sì, perchè  il paese asiatico ha effettivamente contribuito al buon esito del summit….Tuttavia è il caso di chiedersi se delfini e balene la pensino allo stesso modo visto che nei mari giapponesi si continua a praticare la caccia indiscriminata di questi animali. Ma questa è un’ altra questione complessa e vedremo di parlarne un’altra volta …

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