“Il treno per il Darjeeling”

Esiste un’accezione positiva per “sconclusionato”?

Perché quando guardo Il treno per il Darjeeling di Wes Anderson (2007) mi viene da pensare che sia sconclusionato, ma nel senso buono.

Cioè ha un inizio e una fine ben precisa, ma in mezzo si va a zonzo. Solo che si va a zonzo in un modo così eccentrico e stravagante, in un posto così colorato e indimenticabile che poi rimani ad interrogarti sulle accezioni positive degli aggettivi.

Una corsa in taxi e poi una corsa  al ralenti: Peter Whitman (Adrien Brody) riesce a salire per un soffio sul Darjeeling Limited alle spese di un business-man (Bill Murray) che rimane a piedi.
All’interno lo aspettano i fratelli Jack (Jason Schwartzman) e Francis (Owen Wilson) per un viaggio di cui nessuno sembra sapere  (o vuole ammettere) il vero perché.
I tre non si vedono da un anno, dalla morte del padre, e portano sul treno una quintalata di bagagli, soprattutto sentimentali. Peter ha lasciato la moglie a casa in procinto di partorire, Jack ha il cuore a pezzi a causa della fidanzata, Francis ha la faccia a pezzi dopo un incidente di moto di cui non ricorda nulla (e di cui poi racconta tutto).
E’ proprio Francis, con piglio da fratello maggiore, a prendere in mano la situazione, organizzare il viaggio e decidere che il riavvicinamento tra i fratelli s’ha da fare.

Tutto (o gran parte) avviene su questo treno colorato, pieno zeppo di oggetti old fashion (che poi, il treno stesso come mezzo di trasporto non è meravigliosamente old fashion?), di personaggi  bizzarri, di storie pazzesche. Adoro la caratterizzazione dei tre fratelli. Jack con i suoi racconti così evidentemente ispirati alla realtà della sua famiglia, Francis che si comporta come un padre (anzi, come una madre: la loro), Peter con la faccia sempre e comunque stralunata, ognuno impegnato a spifferare segreti che dovevano rimanere tali. La fratellanza non è una cosa che nasce così, da un giorno all’altro.

Eppure nasce, perché il viaggio non va come dovrebbe, il treno si perde (sì lo so, i treni vanno sui binari. Ma si perde lo stesso), e per colpa di un serpente velenoso i fratelli Withman vengono sbattuti fuori.  Francis ammette il vero motivo di questo viaggio: andare a trovare la madre che si è ritirata  in un convento alle falde dell’ Himalaya dopo la morte del padre, senza essersi presentata al suo funerale.

“Avrà voglia di vederci?”

Nonostante possa sembrare una domanda assurda, è del tutto lecita se riferita a mamma Withman (Angelica Houston).

Che altro dire? E’ un film “orizzontale” se mi passate il termine, pieno di carrellate laterali che ci fanno guardare dentro gli scompartimenti del treno, che ci fanno seguire le passeggiate in fila indiana degli Withman mentre attraversano scene in cui succede di tutto. Più di una volta ho pensato ai videogiochi bidimensionali, alla Super Mario per interderci, e l’ho trovato bellissimo.

La storia può sembrare frivola o leggera, ma i temi sono quelli grandi, la famiglia, la morte, le responsabilità, l’amore. Solo che Anderson sceglie un mezzo colorato e divertente per affrontarli, adotta uno sguardo delicato ma anche cinico, grottesco ma sempre elegante.

Una sola è la cosa che non mi è piaciuta da morire: la scena finale, con la sua metafora-morale spiattellata un po’ troppo esplicitamente (l’avevamo capito dall’inizio che i bagagli non erano solo valigie, ma valige del padre, quindi ricordo del padre. Non era davvero necessario spargerle sulla banchina della stazione in un simbolico “andare avanti” liberandosi del passato.)

Ma per una cosa che non mi entusiasma ce ne sono almeno 317 che trovo deliziose! Ve ne dico solo qualcuna (tra le meno importanti):

Il modo in cui Francis ordina al ristorante
La cintura che diventa un regalo preziosissimo
Peter che ha sgraffignato tutti gli oggetti del padre
Mamma Withman così ferma eppure così immatura
La mascherina da notte di Peter
Tutta la parte al villaggio indiano
La religiosissima cerimonnia della piuma
Il flashback del funerale
Billy Murray e Natalie Portman che stanno lì e non si sa perchè, ma se non ci fossero stati ne sentiremmo la mancanza

A proposito di Natalie Portman. Guardatevi Hotel Chevalier, cortometraggio dello stesso Anderson che è il perfetto prologo alla storia del Darjeeling e alle pene amorose di Jack. Dura solo 13 minuti, ma ne vale la pena.

Vi ho fatto venire la voglia di vederlo o ri-vederlo? Spero di sì. L’avrete notato, è al secondo posto della mia personalissima “Adrien Brody top 5” , quindi mi sta davvero a cuore.

Voto, mmm, 9?
Ma sì.

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