Che caldo in questa “Summer of Sam”.

Ah, come mi piaccioni i film in cui succedono un milione di cose a un milione di personaggi. Sì, sono i film corali, quelli in cui, mentre la storia procede sullo sfondo, la Storia con la S maiuscola, davanti agli occhi di chi guarda ci sono tante storie più piccole, storie private e importantissime quanto la prima, storie che si fondo tra loro e con quella principale.
Che poi qui da me si muore ancora dal caldo anche se le decorazioni natalizie sono già in vendita, quindi vedere un film caldo e sudato non mi è parsa un’idea tanto strana.

S.O.S Summer of Sam di Spike Lee (1999) è un bellissimo esempio di cosa significa film corale.

Nell’estate del 1977 un serial killer, che si firma Son of Sam, terrorizza la città di New York uccidendo donne sole e coppiette che si appartano in macchina. Mentre le reti tv informano sulla vicenda (e seminano il panico) osserviamo la vita di una comunità italo-americana.

Vinnie (John Leguizamo) è sposato con Dionna (Mira Sorvino) e pratica con grande passione uno sport: metterele le corna. Richie (Adrien Brody) torna nel quartiere dopo molto tempo, è diventato punk, parla e veste in modo strano, gli amici sono piuttosto scontrosi. L’afa dell’estate più calda del secolo, la paura per Son of Sam, la difficoltà di accettare le diversità: il quartiere si anima e prepara una lista dei sospetti. Richie è al primo posto. Scoprire che fa spettacoli in un locale gay non aiuta. Gli amici lo incastrano per portarlo dal boss del quartiere (Ben Gazzara) proprio mentre la polizia scopre chi è l’assassino.

Il tutto è incorniciato dalla chiosa di Jimmy Breslin, giornalista del New York Times che ricevette davvero alcune lettere dall’assassino. Il film si configura come il suo racconto di quella pazza estate, il racconto di un newyorkese doc, che non può fare altro che amare e insieme odiare la sua città, strana, violenta, caotica, diversa.

Che altro dire? Sono 2 ore e passa di film ma non te ne accorgi quasi.
Il ritmo non cala mai, succede sempre qualcosa, c’è sempre qualcosa da dire. E’ un film rumoroso ma le scene degli omicidi sono stranamente silenziose, quasi sospese in un atmosfera trasognata che si conclude con una bella quantita di ketchup che ti esplode in faccia. Il killer è lento, cammina per strada come se nulla fosse. E’ la sua casa a fare più paura. Se la polizia avesse potuto vedere subito quella casa, sarebbe stato semplicissimo capire che vi abitava qualcuno con qualche problema.
Tra i miliardi di FUCK urlati da tutti i personaggi (guardatevi questo video http://www.youtube.com/watch?v=AHLtU_Dg1ZU ) Spike Lee ci offre la possibilità di riflettere su questioni importanti e sempre attuali. Come non condividere il pensiero della donna afroamericana intervistata dal reporter televisivo (interpretato dallo stesso Spike Lee) che prevede un atteggiamento diverso da parte dei media nel caso in cui il killer fosse stato un nero e non un bianco?
E cosa dire del Boss che accusa la polizia di ignorare le decine di morti ammazzati ad Harlem ed essersi focalizzati su Son of Sam solo perché fa spettacolo?
E le riflessioni sulla diversità per bocca di Richie?
Tutto affrontato in modo genuino e vero, mai didascalico.

Da vedere assolutamente. Bello, colorato, rumoroso, ottimi attori (Mira Sorvino interpreta con grande abiltà e verità la moglie che vuole compiacere il marito ma poi ne ha abbastanza e Adrien Brody da vita ad un punk vagamente poetico, delicato, gentile), ottima regia (non amo la camera che sbatacchia da tutte le parti per creare tensione o comunicare ansia. Spike Lee in questo film ha la mano ben ferma).

Su 10 gli do un bell’ 8.
Voi che ne pensate?

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