“Stupore e tremori”: Amelié Nothomb e la cultura giapponese.

La scrittrice belga ci racconta la sua esperienza di lavoro in Giappone.

Sei pagine sono quelle che, secondo me, vale la pena di leggere in questo libro. Non che le altre siano scritte male, ma: qual è il punto? Insomma, quanto è interessante il racconto di queste prime umiliazioni lavorative? Poco.

Il problema è che lo scenario giapponese non riesce a renderlo più interessante. Trovo scorretto lo sguardo che la Nothomb lancia sulla cultura giapponese, una cultura che lei conosce benissimo  ma che dipinge con ambiguità irritante, da occidentale e da orientale insieme, con mentalità che giustifica ogni comportamento e insieme lo condanna.

E questa mancanza di approfondimento si riflette nel disagio del lettore. E’ esclusa ogni possibilità di compenetrazione (nella protagonista o in qualsiasi personaggio) a causa della messa in scena di comportamenti e personaggi giudicati secondo i principi della cultura nipponica eppure mai analizzati a fondo, e gli aspetti che forse l’autrice ritiene mirabili risultano delle macchiette, dei bozzetti involontariamente comici.
Ci sono sei pagine nelle quali ho invece trovato un tono e uno stile che ho apprezzato. Si tratta, a conti fatti, di una giustificazione del suicidio della donna giapponese, ironico e serissimo, scorrevolissimo eppure sempre puntualmente motivato. L’oggetto di discussione è ovviamente sui generis, ma l’argomentazione è di una chiarezza tale da essere illuminante (e intellettualmente corretta). Poche pagine che evitano gli elogi per un paese che oggi è tanto di moda, ma che cercano di illuminarlo dall’interno dei suoi meccanismi, non cadendo così nel ridicolo.

Ottime quelle sei pagine, piuttosto scarse le altre.

Avete trovato altre pagine interessanti come quelle? Oppure nemmeno queste vi hanno affascinato? Oppure mi sbaglio su tutto? A voi!

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